Tag Archives: rolling stones

THE PATROLMAN: Capitolo 13

15 Apr

Clikka sulla copertina per ascoltare la canzone

THE PATROLMAN: Cap. 13

Nel silenzio della mattina Maria mi fa accomodare sul divano in soggiorno, sto tremando, non voglio pensare a quali siano le cattive notizie su Franky… mi faccio coraggio -“Non vorrai mica dirmi che Franky è…”
-“No Joe, l’ho sentito ieri sera, ancora non è morto… spero… ma… credo si trovi in un brutto guaio…”
-“Che diavolo gli è successo?”
-“Dopo che è fuggito da Perrineville si è messo con della brutta gente, una banda di trafficanti di Vancouver, droga, armi… forse prostituzione… sai com’è, ogni tanto ci sentiamo, è lui che chiama… ieri sera si è fatto vivo, aveva la voce strana… era spaventato Joe, impaurito da morire… mi ha detto che se gli fosse capitato qualcosa avrei dovuto in tutti i modi avvertirti… ho cercato di capire cosa gli stesse succedendo, poi ho sentito una specie di colpo secco… ha urlato… qualcuno gli ha strappato il telefono di mano… ho sentito delle voci, gli urlavano che gliel’avrebbero fatta pagare, gli davano del bastardo… l’ultima cosa che ho sentito è stata la sua voce straziata… chiedeva aiuto!” Continua a leggere

Annunci

YOU CAN’T ALWAYS GET WHAT YOU WANT

25 Nov

Ma cosa è che vuoi?
Di cosa necessiti? E sopratutto cosa è che desideri realmente.
Sicuro che questa voglia non sia “inflitta”?
Si, intendo inflitta. Come una ferita nel cervello, che lascia una cicatrice indelebile.
Credi che sia una necessità e invece non è altro che una cicatrice.
Percepisci l’odore di un roseto nella primavera appena accennata…
Poi ti volti e ti accorgi che una nuvola grigia di smog è dietro di te.

Lupus Infybula sulle note di “You can’t always get what you want” dei Rolling Stones

LA SIMPATIA PER IL DIAVOLO DEI FRATELLI BOGIE

9 Set

I fratelli Bogie suonavano il blues. Classici di derivazione rock, tipo Cream, Dylan, Stones. Venivano giù al pub alla fine di ogni mese. Non parlavano mai con nessuno. Kit al basso, Rick alla batteria e Pete alla chitarra e voce solista. I loro nomi risaltavano in lettere luccicanti su ogni strumento. Sulla grancassa era disegnato il loro logo, un coniglio saltellante sopra la scritta Bogie’s Brothers. Erano semplicemente magnifici.
Per il pub del paese era un toccasana. Nessuno sapeva di preciso quando sarebbero venuti. A volte li vedevi apparire il ventisette, altre il trentuno. A febbraio potevano sorprenderti il ventiquattro. Per questo motivo il locale era sempre affollato in quei giorni. La gente si metteva da parte i soldi per farsi l’ultima settimana del mese al pub.
Piccoli, taciturni, vestiti in modo vagamente retrò, li vedevi arrivare su un furgoncino wolkswagen color ocra. Entravano dalla porta principale senza salutare, e con gli strumenti sottobraccio si avviavano verso il palco. Il pub diventava improvvisamente silenzioso. Cento, centoventi persone, molte delle quali già un po’ brille, rivolgevano loro un ossequioso omaggio di benvenuto. La folla si apriva come le acque del mar rosso davanti a Mosè. Se qualcuno stava occupando il palco, smetteva all’istante di suonare e liberava il posto.
Loro, piccolini ve l’ho già detto, simili in tutto e per tutto tanto da sembrare gemelli, esibivano un ciuffo sbarazzino che li copriva quasi interamente il volto. Nel silenzio incantato del locale, si udivano solo i tonfi dei loro stivali sul palco di legno e le scariche elettriche degli spinotti. Poi iniziava sempre Rick con le bacchette; one, two, three, four…
Quella sera, la sera di cui vi voglio parlare, stavano suonando un repertorio classicissimo. Avevano attaccato Strange Brew, e Pete muoveva le dita sulla chitarra come il miglior Clapton. Nell’aria c’era odore di sigarette e pesce fritto, quello che si serve di solito con patatine.
Io sedevo insieme a Rico, un ragazzo che conoscevo da quando ero nata ma con cui non ero mai uscita. Quella sera decisi che mi piaceva. Mi piacevano i suoi modi educati, a volte così carinamente impacciati, i suoi silenzi mai veramente imbarazzanti, la spessa montatura dei suoi occhiali, che lo faceva nerd, ma con un certo fascino. Non era il tipo da fare mosse azzardate, perciò mi ero già decisa di baciarlo quella sera stessa. Con certi ragazzi, di solito i migliori, se non si prende l’iniziativa subito si rischia di diventare solo amici. Ed io non volevo essere solo amica di Rico.
Parlavamo di musica, e di che altro sennò. A lui piaceva la prima psichedelica, quella di Jefferson Airplane per intenderci. Ma ascoltava anche roba nuova, il filone elettronico nordico, come i Mum ad esempio. Ci intendevamo su alcuni lavori di Bjork, quelli più sperimentali. Insomma, era un bel parlare. Davanti a noi due pinte piccole di chiara.
Quando i Bogie attaccarono a suonare nessuno parlò più. Venimmo letteralmente rapiti dalla performance. L’impatto di quel sound era una macchina del tempo. Trasportava l’ascoltatore quarant’anni indietro.
Qualcuno in paese diceva che non erano come noi. Nessuno sapeva da dove venissero, nessuno riusciva a parlarci, non accettavano compensi, non bevevano birra… Arrivavano, suonavano e se ne andavano.
Timmi, il figlio del proprietario del pub, aveva provato a seguire il furgoncino wolkswagen, attraverso le curve e i tornanti che portavano fuori dal paese, ma era stato facilmente distanziato.
C’erano storie che dimoravano nelle profondità mnemoniche del villaggio, dicerie, superstizioni, assurdità alle quali tutti facevano finta di non credere. Storie di spettri, di banshee, di piccole creature della foresta, di nani e di giganti. E c’erano anche i Bogies. Si, si chiamavano proprio così.
Quella sera finirono con un pezzo sorpresa. Espressero la loro simpatia per il diavolo in un modo che neanche i migliori Jegger e Co. sarebbero riusciti a fare. Avvertii un formicolio, una sensazione di disagio, ma in qualche modo piacevole. C’era qualcuno o qualcosa che osservava, che ascoltava insieme a noi. Nelle scure finestre del locale andavano a morire i riflessi delle lampadine. Ma vi giuro che una di queste, mentre Pete cantava “piacere di conoscerti!” rimase completamente scura. Afferrai la mano di Rico. Gli indicai il vetro nero, la finestra oltre il palco. E anche lui li vide. Due occhi. Due fiamme brucianti.
Perché davanti ad un buon blues, neanche il diavolo riesce a resistere.

Aeribella Lastelle