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LA CANZONE DEL CERVO

16 Dic

Un nuovo personale omaggio al grande Branduardi.

LA CANZONE DEL CERVO
di GM Willo

La notte è un grande mistero, almeno per i bambini.
La notte fa paura, perché sei costretto a chiudere gli occhi e a tuffarti nelle tenebre liquide, dentro un oblio che non riesci a capire. Sotto le coperte guardi il soffitto, nella penombra della tua camera da letto, rischiarata appena dalla lampadina a 40 volt dell’ingresso, quella che la mamma ti lascia sempre accesa. Eppure al mattino è spenta, il che significa che il tuffo nel buio accade inevitabilmente ogni notte, complici i tuoi genitori….
La notte arriva con le ombre, ma non sono le ombre a farti paura. Anzi, spesso sono loro che ti danno coraggio, o al massimo ti fanno compagnia. La paura è al di là del drappo, quello che lentamente ti cala sopra gli occhi, come un sudario, un lenzuolo da morto. “Non riuscirò a svegliarmi, non questa volta…” ripete una vocina nella tua testa. E allora chiami la mamma, o meglio il babbo, perché lui del buio ci capisce più di lei. Le donne sono entità di luce mentre gli uomini c’hanno un sacco di tenebra dentro. Non è tutta cattiva, però se ti ci immergi a tentoni ci puoi trovare le ragnatele e gli scheletri…
Nella penombra della tua cameretta si affaccia il profilo aguzzo del babbo, col suo strano dopobarba che non va via neanche dopo un’intera giornata di lavoro e di smog. Lui conosce delle canzoni diverse, non quelle dolci della mamma, facili e leggere. Lui ti può parlare del cervo, della pulce d’acqua o anche della morte… Son canzoni per esorcizzare le tenebre. Ti aiutano a chiudere gli occhi e a non sentire più niente. Lasciarsi andare diventa un riflesso, il salto nel vuoto è il volo leggiadro di un corvo sulla collina…
La voce del babbo è graffiante, forse per via delle sigarette. A volte sbaglia l’intonazione ma son stonature che stanno bene con la melodia. A differenza della mamma non sbaglia mai il testo. Ogni parola al posto giusto, anche se le note a volte cambiano, le pause si dilatano, il volume si assottiglia e le ombre si fanno più vicine. Anche loro vogliono ascoltare….
La storia non è mai facile e perciò devi scegliere se seguire le parole o la melodia. A volte la canzone fa paura e allora è meglio rimanere attaccati alla musica, inciampando di tanto in tanto in una stecca, rilassando lentamente le palpebre. L’abisso diventa un cuscino di sogni.
“Babbo, ho paura che se chiuderò gli occhi non riuscirò mai più a riaprirli…” ti viene da dire, ma non ne hai il coraggio perché qualcosa ti sussurra che se metti questo pensiero in parole allora tutto diventa più reale. Non è più la sciocca fantasia di un bambino a parlare. Le parole dette ad alta voce hanno uno strano potere, possono trasformarsi in realtà, e la realtà è una gran brutta storia…
Il cervo ha ormai donato il suo corpo al cacciatore. Prima le corna, poi il pelo e infine il fegato. Adesso il babbo ti rimboccherà le coperte, ti bacerà sulla fronte e ti dirà di dormire, come un rituale magico scacciaspettri. Le tenebre sono sempre là che ti aspettano, ma fanno un po’ meno paura, perché sai che sono amiche del babbo. Non ti faranno del male…
“Buonanotte amore!”
“Buonanotte…”

IL VECCHIO SOTTO IL TIGLIO (omaggio a Branduardi)

27 Set

Sotto il tiglio siede il vecchio e la farfalla. È quasi il tempo della raccolta, e si intravedono i contadini a lavorare nei campi. Oltre la valle, dove gli alberi sono alti, rifluisce il fiume. Si muove attraverso dossi e declivi, preparandosi alla nascita di un lago.

Tanti anni fa in riva a quel lago viveva il signore di Baux, che piangeva il suo amore, la sposa rubata. Lo lasciò il giorno del loro matrimonio, rapita sotto la luna, ingannata da una pulce d’acqua. Forse era stata la bella dama senza pietà a reclamare la sua anima. Ma il signore di Baux non ci credeva.
Vi era un ciliegio che cresceva vicino al castello, e a primavera si riempiva di fiori bellissimi. Lui andava là ad aspettarla, e ripeteva “e domani arriverà, la donna mia…” Ma lei non ritornava.
Un giorno venne al castello il Re di Speranza. Si fece una grande festa. I cuochi cucinarono il dono del cervo che i cacciatori avevano cacciato, poi il poeta di corte raccontò le storie più belle ed infine si tenne una gran danza. Il Re era più che soddisfatto. Baux gli parlò allora della sua amata, e gli chiese se aveva notizia di dove fosse. Il Re di Speranza, che tutto sapeva, gli disse che la notte in cui lei se ne andò venne avvicinata da una strega, che la tentò con un frutto incantato. “Cogli la prima mela”, le disse. Lei non sapeva che cosa volesse dire, ma le venne offerto quel pezzo di frutta, che sembrava davvero appetitoso, così se lo mangiò. Ma quel gesto nascondeva una maledizione, e perciò venne rapita e portata sulla collina del sonno.
Per il signore di Baux era giunto il tempo di partire. Doveva ritrovare la sua amata. In sella al suo cavallo raggiunse la città più vicina, dove si teneva ogni anno la fiera dell’est. Chiese a degli uomini di passaggio se sapessero dove si trovasse la collina del sonno. Uno dei tre rispose: “Dovrai raggiungere il Regno Millenario, e poi una volta che sei laggiù, chiedilo agli uccelli!
Ma il Regno Millenario si trovava dall’altra parte del mare, su un’isola che si diceva nascondesse molti segreti. Perciò reclutò un coraggioso marinaio per farsi accompagnare.
Partirono alla volta dell’isola. Il marinaio disse: “Cambia il vento, cambia il tempo” e così arrivò la pioggia. Alla fine della traversata l’equipaggio era stremato e avevano tutti fame di sole. Ma scoprirono con grande piacere che nel Regno Millenario era sempre bel tempo, così si asciugarono e presto riacquistarono le forze.
Quella era una terra meravigliosa, ricca di profumi e di colori. Il signore di Baux s´incamminò lungo la spiaggia, in direzione di alcuni gabbiani. Domandò loro se sapevano dove si trovasse la collina del sonno, e uno rispose: “Oh viaggiatore, oltre le dodici lune dovrai spingerti, fino a che non avvisterai un angolo di cielo. Laggiù dimora l’ombra, e colei che per te è una strega, ma in questo luogo è chiamata donna di luce. Guardati da lei, perché è una creatura ambigua. Devi trattarla bene…”
Lui ringraziò l’uccello per l’avvertimento e si mise subito in viaggio. Oltrepassò le lune e raggiunse l’angolo di cielo. Poi udì un grido e la vide. “Donna Mia!” urlò. Le andò incontro. Lei era in piedi sopra la collina. L’abbracciò, la strinse. Le disse: “Ora che il giorno è finito, finalmente posso riabbracciarti. Ma prima di ripartire, devo fare un ultima cosa… “ Si voltò verso l’ombra, oltre la collina. Vi era un luce che galleggiava a una decina di metri dal suo volto.
Tenera nemica, grazie per esserti presa cura della mia sposa. Vieni al mio castello quando vuoi. La mia porta per te è sempre aperta.” Così la luce scomparve, e i due innamorati si ritrovarono al castello, l’uno tra le braccia dell’altro. Lui allora le dette un bacio e le disse: “Benvenuta, donna mia!

A tutto questo pensa il vecchio sotto il tiglio, con la farfalla che gli svolazza intorno. Chiude gli occhi e si addormenta. Sogna. Vola. La giostra continua a girare, la musica non finirà, il libro è sempre aperto. C’è molto altro da raccontare. Storie di uomini e di donne, animali e creature bizzarre; il gufo, il pavone, la volpe, la lepre nella luna. Son scritte nella mente del vecchio, giovane per sempre. Sotto l’albero, solamente una farfalla assiste al suo funerale.
Addio, vecchio malandrino.

Aeribella Lastelle