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SILENZIO ASSOLUTO SULLE NUOVE USCITE… MA NON SU TUTTE

27 Apr

La discrezione sembra sia diventata il nuovo talento dei musicisti, o almeno di alcuni di questi. È ammirevole l’impegno che viene messo nel nascondere fino all’ultimo i contenuti di un nuovo album, se si pensa che viviamo in un mondo in cui l’informazione circola alla velocità della luce. Mi domando come abbiano fatto ad esempio i Dream Theater a tenere segreto il nome del nuovo batterista (e ancora oggi non si sa chi è!), nonostante sia già stato registrato il nuovo album e la band si stia preparando per il tour. Anche sul nuovo disco non si sa assolutamente nulla…

Riguardo proprio ai Dream Theater, ritengo che abbiano fatto un piccolo capolavoro proponendo questa sorta di “talent show” basato sulle audizioni del nuovo drummer, messo su youtube dalla label Roadrunners Records. Un’idea geniale, realizzata davvero bene (vedi il primo episodio qui sopra) per coinvolgere i fan piangenti per la dipartita di Portnoy a partecipare fin da subito al nuovo corso della storica band newyorchese.

Anche i Mars Volta, altra band che amo molto, sono sul punto di rilasciare il nuovo album, ma neanche lo storico tastierista Owens ci sa dire qualcosa a riguardo. Sembra che qualsiasi informazione sul sesto lavoro di Omar e Cedric (in versione short-hair) sia praticamente inaccessibile, e ad ogni domanda in proposito i due rispondono prontamente con la loro solita vaghezza. Beh, bravi davvero, se si pensa che la musica era già pronta lo scorso settembre.

Non si può dire lo stesso degli Incubus, che tornano con un nuovo album dopo cinque anni dal loro ultimo Light Grenades. A due mesi dal rilascio di questo attesissimo lavoro, è uscita in rete la versione pirata. Il disco, come ci aveva accennato Mike in una recente intervista, è davvero qualcosa di diverso. Può darsi che la strategia degli Incubus sia totalmente diversa da quella delle altre due band sopra citate. Non sarebbe la prima volta che un artista fa uscire di proposito una copia pirata prima dell’uscita ufficiale dell’album, per una logica di mercato opposta a quella basata sulla curiosità dei fan. Se il disco è buono come sembra, anche se dovrò aspettare due mesi, non credo che mi dispiacerà mettere mano al portafoglio per acquistare una copia autentica di questo bel disco.

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HANNO 40 ANNI MA NON LI DIMOSTRANO

27 Gen

Sei dischi del 1971 che mi hanno accompagnato per tutta la mia adolescenza. Riascoltandoli adesso, mi sembrano sempre stupendi. Il loro sound è forse un po’ datato, ma le idee sono ancora i pilastri del progressive moderno.

THE RIVER OF CONSTANT CHANGE

10 Nov

Avevo sette anni quando ascoltai per la prima volta Firth of Fifth dei Genesis. Credo che quella canzone abbia condizionato pesantemente i miei gusti musicali, e sono sicuro di non essere stato il solo. Otto anni dopo ricercai quel pezzo, e non fu difficile trovarlo perchè ricordavo benissimo la copertina dell’album che mio fratello usava ascoltare quando ero solo un bambino. Il vinile era andato perduto, forse durante un trasloco, e l’era del CD era appena arrivata, così usai i miei risparmi per cercare di fare capo a quella melodia che mi era rimasta così innocentemente nel cuore, cercando di ritrovare la scala dell’assolo di Hackett. A quindici anni riascoltai Selling England by the Pound e mi innamorai dei Genesis.

Una favola forse già sentita. Chi non ha avuto infatti un fratello o dei genitori attraverso i quali ha potuto conoscere i grandi gruppi degli anni ’70. Potrei raccontare la stessa storia per Smoke on the Water dei Deep Purple e Aqualung dei Jethro Tull (in versione live dall’album Second Out). La riflessione mi preme però farla sul “fiume in constante cambiamento”, frase finale del testo di Firth of Fifth, perchè nel frattempo molte cose sono cambiate insieme al “fiume”.

Stando ai ricordi di Peter Gabriel (dalla biografia di Chris Welsh del 1998), il glorioso Selling England by the Pound fu quasi un episodio in sordina, nato sull’onda creativa del periodo Foxtrot. Nonostante il successo che ottenne, Gabriel non sembra conservare dei ricordi particolari del periodo in cui realizzarono il loro quinto album, quello che li consacrò nel tempio del rock progressivo.

In effetti Firth of Fifth fu concepita da Tony Banks già dai tempi della scuola, con un’introduzione di pianoforte molto intricata. Solo nel 1973 venne aggiunto il testo di Gabriel, ed il lungo ed emozionante assolo di chitarra di Hackett. Insomma, non si può parlare propriamente di miracolo creativo, di intesa perfetta, di allineamento cosmico… Si tratta semplicemente di un’idea partita da lontano e poi evolutasi nel più felice dei modi.

Se poi si ascoltano le parole di una delle ultime interviste di Phil Collins sui vecchi Genesis, si rischia di perdere tutta la poesia. Secondo il pelato-talentato batterista-cantante-golfista londinese, a tutti i membri dei Genesis piaceva il soul, ma erano costretti a suonare progressive perchè quella era la moda di allora. Parole forti, che rischiano di incrinare un’epoca. Per quanto mi riguarda, fa bene ad andarsene a giocare a golf, visto che gli manca così tanto!

Eppure a risentirla per l’ennesima volta, a distanza di trent’anni dal primo impatto, riesce ancora ad emozionarmi. L’ascolto insieme ai miei figli, augurandomi che un giorno questa melodia possa far nascere in loro un po’ di curiosità. Mi piace immaginarmeli a sgattaiolare al piano di sopra, dove tengo la collezione di CD (oggetti già obsoleti), e a cercare con avidità tra le vecchie collezioni di prog.

“Eccolo, è questo… l’album con la copertina gialla e l’uomo che dorme sulla panchina…”
“Si, ma adesso con che cosa lo ascoltiamo?”
“Forse in cantina c’è ancora quel vecchio lettore cd di papà…”

Il fiume in costante cambiamento.

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HAI SAPUTO DI MIKE PORTNOY?

13 Ott

“Ciao, come va?”
“Non c’è male, e te?”
“Bene… ma dimmi, cosa ne pensi di questo Mike Portnoy che lascia i Dream Theater?”
“Cosa?”
“Ma come, non lo sai? È più di un mese ormai…”
“No, non sapevo niente… ma guarda un po’…”

Insomma, è andata proprio così. Nonostante i feeds della Roadrunner Records e di altri network musicali, la super-notizia della dipartita di Mike Portnoy, batterista e fondatore dei Dream Theater, mi era proprio sfuggita. In principio non volevo nemmeno parlarne, fare finta di niente per non fare brutta figura, ma poi ho pensato “ma chi se ne frega!”, tanto questo non è un giornale di informazione, ma solo una delle tante lavagne di pixel per sfogarsi.

Musicalmente sono cresciuto insieme ai Dream Theater, come molti altri progghettari degli anni ’90, eppure non posso definirmi davvero un fan. Ora che ci penso, non credo possa definirmi fan di nessuna band. Non sono il tipo che sta male se un bel gruppo si scioglie, o si accanisce con la schiuma alla bocca se l’ultimo album della band del cuore suona da schifo. Prendo la musica come un dono, specialmente oggi che siamo nell’era del peer-to-peer. Venti anni fa mi toccava a comprare dieci dischi per trovarne uno decente. Oggi invece, prima di andare al negozio, prendo le dovute precauzioni.

Fino a Six Degrees of Inner Turbulence il “Teatro dei Sogni” mi ha sempre entusiasmato, poi qualcosa è cambiato, e non è stata certo la loro musica. Consolidando la loro posizione di dominatori indiscussi della scena progressive metal, i Dream Theater hanno continuato a sfornare, nell’arco di tutto il primo decennio del nuovo millennio, album di altissimo livello tecnico, senza però mai osare qualcosa di nuovo. A cambiare sono stato io, i miei gusti musicali, per essere più precisi. Continuo a seguirli, più per simpatia che per altro, ma i tempi di Metropolis e di A Change of Season sono molto lontani.

Quindi, che dire di questa uscita di scena del grande Portnoy? Forse era inevitabile. Lui, con tutti i suoi progetti paralleli, impegnato sempre su nuovi fronti… voleva un anno di break e la band non gliel’ha concesso. Ognuno deve aver avuto le sue ragioni, perciò non poteva che andare a finire così. I Dream Theater stanno scegliendo il nuovo batterista, poi a gennaio inizieranno a registrare il nuovo album, che sono sicuro non si discosterà molto dai precedenti. E la vita va avanti, i riff ci fanno da colonna sonora, e piatti e rullanti scandiscono il tempo delle nostre giornate.

Cosa penso di Mike Portnoy che lascia i Dream Theater?
Nulla di che…
Ma adesso basta, che ho voglia di un po’ di bossa nova…

…perché non si vive di solo prog.

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DIECI ANNI DI PARACHUTES

12 Giu

Ebbene si, posso vantarmi del fatto di aver scoperto i Coldplay.
Dieci anni fa usciva il loro primo album, lo straordinario Parachutes che li lanciò verso l’olimpo del Rock. Sono bastati quattro dischi per convincere tutti, ed oggi si può affermare senza ombra di dubbio che i Coldplay sono la rock band più rappresentativa di questo primo decennio dei duemila.

Ricordo bene il giorno in cui le prime note di “Don’t Panic” mi parlarono di un mondo bellissimo. Nessuno conosceva il quartetto di Londra, ennesima eco di quel brit-pop molto in voga negli anni ’90 con i vari Verve, Blur e Oasis. Eppure c’era qualcosa di nuovo… qualcosa di magico… forse la voce un po’ sofferente di Chris Martin, forse quei melodici arrangiamenti di piano, o forse non ci è dato di sapere, perché la musica è magia e neanche gli stregoni che la praticano ne sanno molto (vedi infatti la curiosità in fondo all’articolo).

Parachutes, con quella copertina poco appariscente, aveva appena trovato il suo posto sullo scaffale delle nuove uscite. Mi bastò scorrere le tracce e ascoltare i secondi iniziali delle prime canzoni per capire che avevo tra le mani un capolavoro. Nei giorni successivi riascoltai più volte quel disco che lentamente scalava le classifiche. Poi uscì il video di Yellow, seguito da Trouble, e il mondo conobbe i Coldplay.

Non credo siano mai riusciti a fare di meglio. A Rush of Blood to the Head è stato certamente un ottimo secondo album, ma ritrovare la stessa intensità emotiva di quel Parachutes credo sia un qualcosa di irripetibile. Ciò non fa che confermare la regola non scritta che spesso il successo contamina la magia di un artista.

Auguri Parachutes! Un disco come te merita sicuramente tanti altri compleanni!

TRACKLIST

1. “Don’t Panic” 2:17
2. “Shiver” 4:59
3. “Spies” 5:18
4. “Sparks” 3:47
5. “Yellow” 4:29
6. “Trouble” 4:30
7. “Parachutes” 0:46
8. “High Speed” 4:14
9. “We Never Change” 4:09
10. “Everything’s Not Lost” (hidden song “Life Is for Living” starts at 5:39) 7:15

Parachutes è uscito in Gran Bretagna il 10 Luglio 2000

Curiosità: nonostante le vendite e le ottime critiche nel 2006 Chris Martin ha affermato di non essere affatto contento dell’album “We know that’s terrible music, and we always try to think about what we can do next.”(1)

10 ANNI DI ANTIPOP

27 Nov

Dopo l’omaggio a Dead beas on a cake di David Sylvian in un recente post, eccomi di nuovo a decantare le virtú di un altro splendido album del 1999. Si tratta di Antipop dei grandissimi Primus, ad oggi la loro ultima opera compiuta. Nonostante le voci che circolano freneticamente in rete, Les Claypool e compagni non sembrano avere intenzione di omaggiarci di un nuovo episodio della Leggenda Primus, sicuramente una delle band piú geniali non solo degli anni ’90 ma dell’intera storia del rock.

Il loro Antipop me lo sono sparato in auto proprio questa sera ed ha suonato davvero a meraviglia. Piú ragionato dei precedenti, dischi fatti con lo stomaco e col pancreas come il vecchio “Cheese” o l’allucinante “Pork Soda”, Antipop é un vero e proprio gioello progressivo.  Prendete ad esempio Natural Joe  e Lacquer Head, deliri sulle folli corde del Carl Thompson bass.

Antipop é un’opera fatta di testa, a mio parere il lavoro piú riuscito di Claypool e co. Riconoscibilissime al suo interno alcune citazioni pinkfloydiane… Scaricatelo a questo link: http://is.gd/54SS4

Il vecchio LesNasone se n’é uscito recentemento con un nuovo lavoro solista, Of Fungi And Foe. Per scaricarlo inserite questo link e buona fortuna:  http://is.gd/54SVl

PRIMUS – Antipop
Studio Album, released in 1999

Songs / Tracks Listing

1. Intro (0:17)
2. Electric Uncle Sam (2:56)
3. Natural Joe (4:12)
4. Lacquer Head (3:49)
5. The Antipop (5:33)
6. Eclectic Electric (8:34)
7. Greet the Sacred Cow (5:10)
8. Mama Didn’t Raise No Fool (5:04)
9. Dirty Drowning Man (4:48)
10. Ballad of Bodacious (3:28)
11. Power Mad (3:42)
12. The Final Voyage of the Liquid Sky (5:39)
13. Coattails of a Dead Man (9:57)

Line-up / Musicians

Les Claypool / bass, vocals
James Hetfield / guitar
Larry LaLonde / guitar
Brian “Brain” Mantia / drums
Jim Martin / guitar
Tom Morello / guitar
Martina Topley-Bird / bass

THE COLONY WINTER COMPILATION 2010

24 Nov

Ogni anno me ne vengo fuori con una compilation estiva per i miei conoscenti, una sorta di tradizione che continua dai tempi del liceo. Le compilation sono piccole creature d’amore, veri e propri omaggi a quegli artisti la cui musica diventa, giorno dopo giorno, ascolto dopo ascolto, la colonna sonora delle nostre vite.

Grazie a queta pratica (fare compilation, cassette, cd o anche semplici playlist) attraverso gli anni ho fatto conoscere moltissimi artisti a svariate persone, che poi si sono trovate anche a comprare dischi o ad andare ai concerti di questi musicisti. Di nuovo la domanda sorge spontanea; quanto realmente danneggia un musicista la cultura del file-sharing?

E comunque bisogna sempre guardare avanti, come ci dice Chris in questo brillante intervento su youtube. La grande opportunitá per gli artisti di slegarsi dalle logiche di mercato e dalle regole imposte dall’industria discografica sta proprio nel trovare alternative alla vendita del prodotto/disco.

Anche i Radiohead, che in una recente intervista affermavano che non avrebbero piú rilasciato un disco, non hanno annunciato la loro fine ma un nuovo inizio, come poi ha spiegato Colin Greenwood in un susseguente intervento. Gli artisti devono pensare le loro opere all’interno delle nuove culture tecnologiche e sociali. Il formato cd é ormai obsoleto. Un musicista oggi ha l’opportunitá di presentare i propri lavori sotto moltissime nuove forme, grazie soprattutto a internet.

Questa qui sotto é la mia compilation proposta per l’inverno. La tracklist é un semplice consiglio d’ascolto, ma guarda caso sono riuscito a trovarla da qualche parte in rete, perció se vi va di scaricarla, accomodatevi: http://is.gd/52rS9

Buon ascolto a tutti!!

THE COLONY COMPILATION
Winter 2010

01 – BIG ELF – Money is pure evil
02 – WOLFMOTHER – New Moon Rising
03 – PORCUPINE TREE – Time Flies
04 – DIABLO SWING ORCHESTRA – Balrog Boogie
05 – JOHN ZORN – Miller’s Crake
06 – THE MARS VOLTA – Copernicus
07 – PINK MARTINI – And Then You’re Gone
08 – THE DEAR HUNTER – The Poison Woman
09 – NORAH JONES – Even Though
10 – TRANSATLANTIC – The wind blew them all away
11 – JULLIETTE LEWIS – Fantasy Bar
12 – TORI AMOS – Snow Angel
13 – BEARDFISH – Destined_solitaire
14 – ALICE – Island

Picture by Willoclick