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SILENZIO ASSOLUTO SULLE NUOVE USCITE… MA NON SU TUTTE

27 Apr

La discrezione sembra sia diventata il nuovo talento dei musicisti, o almeno di alcuni di questi. È ammirevole l’impegno che viene messo nel nascondere fino all’ultimo i contenuti di un nuovo album, se si pensa che viviamo in un mondo in cui l’informazione circola alla velocità della luce. Mi domando come abbiano fatto ad esempio i Dream Theater a tenere segreto il nome del nuovo batterista (e ancora oggi non si sa chi è!), nonostante sia già stato registrato il nuovo album e la band si stia preparando per il tour. Anche sul nuovo disco non si sa assolutamente nulla…

Riguardo proprio ai Dream Theater, ritengo che abbiano fatto un piccolo capolavoro proponendo questa sorta di “talent show” basato sulle audizioni del nuovo drummer, messo su youtube dalla label Roadrunners Records. Un’idea geniale, realizzata davvero bene (vedi il primo episodio qui sopra) per coinvolgere i fan piangenti per la dipartita di Portnoy a partecipare fin da subito al nuovo corso della storica band newyorchese.

Anche i Mars Volta, altra band che amo molto, sono sul punto di rilasciare il nuovo album, ma neanche lo storico tastierista Owens ci sa dire qualcosa a riguardo. Sembra che qualsiasi informazione sul sesto lavoro di Omar e Cedric (in versione short-hair) sia praticamente inaccessibile, e ad ogni domanda in proposito i due rispondono prontamente con la loro solita vaghezza. Beh, bravi davvero, se si pensa che la musica era già pronta lo scorso settembre.

Non si può dire lo stesso degli Incubus, che tornano con un nuovo album dopo cinque anni dal loro ultimo Light Grenades. A due mesi dal rilascio di questo attesissimo lavoro, è uscita in rete la versione pirata. Il disco, come ci aveva accennato Mike in una recente intervista, è davvero qualcosa di diverso. Può darsi che la strategia degli Incubus sia totalmente diversa da quella delle altre due band sopra citate. Non sarebbe la prima volta che un artista fa uscire di proposito una copia pirata prima dell’uscita ufficiale dell’album, per una logica di mercato opposta a quella basata sulla curiosità dei fan. Se il disco è buono come sembra, anche se dovrò aspettare due mesi, non credo che mi dispiacerà mettere mano al portafoglio per acquistare una copia autentica di questo bel disco.

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HANNO 40 ANNI MA NON LI DIMOSTRANO

27 Gen

Sei dischi del 1971 che mi hanno accompagnato per tutta la mia adolescenza. Riascoltandoli adesso, mi sembrano sempre stupendi. Il loro sound è forse un po’ datato, ma le idee sono ancora i pilastri del progressive moderno.

THE RIVER OF CONSTANT CHANGE

10 Nov

Avevo sette anni quando ascoltai per la prima volta Firth of Fifth dei Genesis. Credo che quella canzone abbia condizionato pesantemente i miei gusti musicali, e sono sicuro di non essere stato il solo. Otto anni dopo ricercai quel pezzo, e non fu difficile trovarlo perchè ricordavo benissimo la copertina dell’album che mio fratello usava ascoltare quando ero solo un bambino. Il vinile era andato perduto, forse durante un trasloco, e l’era del CD era appena arrivata, così usai i miei risparmi per cercare di fare capo a quella melodia che mi era rimasta così innocentemente nel cuore, cercando di ritrovare la scala dell’assolo di Hackett. A quindici anni riascoltai Selling England by the Pound e mi innamorai dei Genesis.

Una favola forse già sentita. Chi non ha avuto infatti un fratello o dei genitori attraverso i quali ha potuto conoscere i grandi gruppi degli anni ’70. Potrei raccontare la stessa storia per Smoke on the Water dei Deep Purple e Aqualung dei Jethro Tull (in versione live dall’album Second Out). La riflessione mi preme però farla sul “fiume in constante cambiamento”, frase finale del testo di Firth of Fifth, perchè nel frattempo molte cose sono cambiate insieme al “fiume”.

Stando ai ricordi di Peter Gabriel (dalla biografia di Chris Welsh del 1998), il glorioso Selling England by the Pound fu quasi un episodio in sordina, nato sull’onda creativa del periodo Foxtrot. Nonostante il successo che ottenne, Gabriel non sembra conservare dei ricordi particolari del periodo in cui realizzarono il loro quinto album, quello che li consacrò nel tempio del rock progressivo.

In effetti Firth of Fifth fu concepita da Tony Banks già dai tempi della scuola, con un’introduzione di pianoforte molto intricata. Solo nel 1973 venne aggiunto il testo di Gabriel, ed il lungo ed emozionante assolo di chitarra di Hackett. Insomma, non si può parlare propriamente di miracolo creativo, di intesa perfetta, di allineamento cosmico… Si tratta semplicemente di un’idea partita da lontano e poi evolutasi nel più felice dei modi.

Se poi si ascoltano le parole di una delle ultime interviste di Phil Collins sui vecchi Genesis, si rischia di perdere tutta la poesia. Secondo il pelato-talentato batterista-cantante-golfista londinese, a tutti i membri dei Genesis piaceva il soul, ma erano costretti a suonare progressive perchè quella era la moda di allora. Parole forti, che rischiano di incrinare un’epoca. Per quanto mi riguarda, fa bene ad andarsene a giocare a golf, visto che gli manca così tanto!

Eppure a risentirla per l’ennesima volta, a distanza di trent’anni dal primo impatto, riesce ancora ad emozionarmi. L’ascolto insieme ai miei figli, augurandomi che un giorno questa melodia possa far nascere in loro un po’ di curiosità. Mi piace immaginarmeli a sgattaiolare al piano di sopra, dove tengo la collezione di CD (oggetti già obsoleti), e a cercare con avidità tra le vecchie collezioni di prog.

“Eccolo, è questo… l’album con la copertina gialla e l’uomo che dorme sulla panchina…”
“Si, ma adesso con che cosa lo ascoltiamo?”
“Forse in cantina c’è ancora quel vecchio lettore cd di papà…”

Il fiume in costante cambiamento.

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HAI SAPUTO DI MIKE PORTNOY?

13 Ott

“Ciao, come va?”
“Non c’è male, e te?”
“Bene… ma dimmi, cosa ne pensi di questo Mike Portnoy che lascia i Dream Theater?”
“Cosa?”
“Ma come, non lo sai? È più di un mese ormai…”
“No, non sapevo niente… ma guarda un po’…”

Insomma, è andata proprio così. Nonostante i feeds della Roadrunner Records e di altri network musicali, la super-notizia della dipartita di Mike Portnoy, batterista e fondatore dei Dream Theater, mi era proprio sfuggita. In principio non volevo nemmeno parlarne, fare finta di niente per non fare brutta figura, ma poi ho pensato “ma chi se ne frega!”, tanto questo non è un giornale di informazione, ma solo una delle tante lavagne di pixel per sfogarsi.

Musicalmente sono cresciuto insieme ai Dream Theater, come molti altri progghettari degli anni ’90, eppure non posso definirmi davvero un fan. Ora che ci penso, non credo possa definirmi fan di nessuna band. Non sono il tipo che sta male se un bel gruppo si scioglie, o si accanisce con la schiuma alla bocca se l’ultimo album della band del cuore suona da schifo. Prendo la musica come un dono, specialmente oggi che siamo nell’era del peer-to-peer. Venti anni fa mi toccava a comprare dieci dischi per trovarne uno decente. Oggi invece, prima di andare al negozio, prendo le dovute precauzioni.

Fino a Six Degrees of Inner Turbulence il “Teatro dei Sogni” mi ha sempre entusiasmato, poi qualcosa è cambiato, e non è stata certo la loro musica. Consolidando la loro posizione di dominatori indiscussi della scena progressive metal, i Dream Theater hanno continuato a sfornare, nell’arco di tutto il primo decennio del nuovo millennio, album di altissimo livello tecnico, senza però mai osare qualcosa di nuovo. A cambiare sono stato io, i miei gusti musicali, per essere più precisi. Continuo a seguirli, più per simpatia che per altro, ma i tempi di Metropolis e di A Change of Season sono molto lontani.

Quindi, che dire di questa uscita di scena del grande Portnoy? Forse era inevitabile. Lui, con tutti i suoi progetti paralleli, impegnato sempre su nuovi fronti… voleva un anno di break e la band non gliel’ha concesso. Ognuno deve aver avuto le sue ragioni, perciò non poteva che andare a finire così. I Dream Theater stanno scegliendo il nuovo batterista, poi a gennaio inizieranno a registrare il nuovo album, che sono sicuro non si discosterà molto dai precedenti. E la vita va avanti, i riff ci fanno da colonna sonora, e piatti e rullanti scandiscono il tempo delle nostre giornate.

Cosa penso di Mike Portnoy che lascia i Dream Theater?
Nulla di che…
Ma adesso basta, che ho voglia di un po’ di bossa nova…

…perché non si vive di solo prog.

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DIECI ANNI DI PARACHUTES

12 Giu

Ebbene si, posso vantarmi del fatto di aver scoperto i Coldplay.
Dieci anni fa usciva il loro primo album, lo straordinario Parachutes che li lanciò verso l’olimpo del Rock. Sono bastati quattro dischi per convincere tutti, ed oggi si può affermare senza ombra di dubbio che i Coldplay sono la rock band più rappresentativa di questo primo decennio dei duemila.

Ricordo bene il giorno in cui le prime note di “Don’t Panic” mi parlarono di un mondo bellissimo. Nessuno conosceva il quartetto di Londra, ennesima eco di quel brit-pop molto in voga negli anni ’90 con i vari Verve, Blur e Oasis. Eppure c’era qualcosa di nuovo… qualcosa di magico… forse la voce un po’ sofferente di Chris Martin, forse quei melodici arrangiamenti di piano, o forse non ci è dato di sapere, perché la musica è magia e neanche gli stregoni che la praticano ne sanno molto (vedi infatti la curiosità in fondo all’articolo).

Parachutes, con quella copertina poco appariscente, aveva appena trovato il suo posto sullo scaffale delle nuove uscite. Mi bastò scorrere le tracce e ascoltare i secondi iniziali delle prime canzoni per capire che avevo tra le mani un capolavoro. Nei giorni successivi riascoltai più volte quel disco che lentamente scalava le classifiche. Poi uscì il video di Yellow, seguito da Trouble, e il mondo conobbe i Coldplay.

Non credo siano mai riusciti a fare di meglio. A Rush of Blood to the Head è stato certamente un ottimo secondo album, ma ritrovare la stessa intensità emotiva di quel Parachutes credo sia un qualcosa di irripetibile. Ciò non fa che confermare la regola non scritta che spesso il successo contamina la magia di un artista.

Auguri Parachutes! Un disco come te merita sicuramente tanti altri compleanni!

TRACKLIST

1. “Don’t Panic” 2:17
2. “Shiver” 4:59
3. “Spies” 5:18
4. “Sparks” 3:47
5. “Yellow” 4:29
6. “Trouble” 4:30
7. “Parachutes” 0:46
8. “High Speed” 4:14
9. “We Never Change” 4:09
10. “Everything’s Not Lost” (hidden song “Life Is for Living” starts at 5:39) 7:15

Parachutes è uscito in Gran Bretagna il 10 Luglio 2000

Curiosità: nonostante le vendite e le ottime critiche nel 2006 Chris Martin ha affermato di non essere affatto contento dell’album “We know that’s terrible music, and we always try to think about what we can do next.”(1)

10 ANNI DI ANTIPOP

27 Nov

Dopo l’omaggio a Dead beas on a cake di David Sylvian in un recente post, eccomi di nuovo a decantare le virtú di un altro splendido album del 1999. Si tratta di Antipop dei grandissimi Primus, ad oggi la loro ultima opera compiuta. Nonostante le voci che circolano freneticamente in rete, Les Claypool e compagni non sembrano avere intenzione di omaggiarci di un nuovo episodio della Leggenda Primus, sicuramente una delle band piú geniali non solo degli anni ’90 ma dell’intera storia del rock.

Il loro Antipop me lo sono sparato in auto proprio questa sera ed ha suonato davvero a meraviglia. Piú ragionato dei precedenti, dischi fatti con lo stomaco e col pancreas come il vecchio “Cheese” o l’allucinante “Pork Soda”, Antipop é un vero e proprio gioello progressivo.  Prendete ad esempio Natural Joe  e Lacquer Head, deliri sulle folli corde del Carl Thompson bass.

Antipop é un’opera fatta di testa, a mio parere il lavoro piú riuscito di Claypool e co. Riconoscibilissime al suo interno alcune citazioni pinkfloydiane… Scaricatelo a questo link: http://is.gd/54SS4

Il vecchio LesNasone se n’é uscito recentemento con un nuovo lavoro solista, Of Fungi And Foe. Per scaricarlo inserite questo link e buona fortuna:  http://is.gd/54SVl

PRIMUS – Antipop
Studio Album, released in 1999

Songs / Tracks Listing

1. Intro (0:17)
2. Electric Uncle Sam (2:56)
3. Natural Joe (4:12)
4. Lacquer Head (3:49)
5. The Antipop (5:33)
6. Eclectic Electric (8:34)
7. Greet the Sacred Cow (5:10)
8. Mama Didn’t Raise No Fool (5:04)
9. Dirty Drowning Man (4:48)
10. Ballad of Bodacious (3:28)
11. Power Mad (3:42)
12. The Final Voyage of the Liquid Sky (5:39)
13. Coattails of a Dead Man (9:57)

Line-up / Musicians

Les Claypool / bass, vocals
James Hetfield / guitar
Larry LaLonde / guitar
Brian “Brain” Mantia / drums
Jim Martin / guitar
Tom Morello / guitar
Martina Topley-Bird / bass

THE COLONY WINTER COMPILATION 2010

24 Nov

Ogni anno me ne vengo fuori con una compilation estiva per i miei conoscenti, una sorta di tradizione che continua dai tempi del liceo. Le compilation sono piccole creature d’amore, veri e propri omaggi a quegli artisti la cui musica diventa, giorno dopo giorno, ascolto dopo ascolto, la colonna sonora delle nostre vite.

Grazie a queta pratica (fare compilation, cassette, cd o anche semplici playlist) attraverso gli anni ho fatto conoscere moltissimi artisti a svariate persone, che poi si sono trovate anche a comprare dischi o ad andare ai concerti di questi musicisti. Di nuovo la domanda sorge spontanea; quanto realmente danneggia un musicista la cultura del file-sharing?

E comunque bisogna sempre guardare avanti, come ci dice Chris in questo brillante intervento su youtube. La grande opportunitá per gli artisti di slegarsi dalle logiche di mercato e dalle regole imposte dall’industria discografica sta proprio nel trovare alternative alla vendita del prodotto/disco.

Anche i Radiohead, che in una recente intervista affermavano che non avrebbero piú rilasciato un disco, non hanno annunciato la loro fine ma un nuovo inizio, come poi ha spiegato Colin Greenwood in un susseguente intervento. Gli artisti devono pensare le loro opere all’interno delle nuove culture tecnologiche e sociali. Il formato cd é ormai obsoleto. Un musicista oggi ha l’opportunitá di presentare i propri lavori sotto moltissime nuove forme, grazie soprattutto a internet.

Questa qui sotto é la mia compilation proposta per l’inverno. La tracklist é un semplice consiglio d’ascolto, ma guarda caso sono riuscito a trovarla da qualche parte in rete, perció se vi va di scaricarla, accomodatevi: http://is.gd/52rS9

Buon ascolto a tutti!!

THE COLONY COMPILATION
Winter 2010

01 – BIG ELF – Money is pure evil
02 – WOLFMOTHER – New Moon Rising
03 – PORCUPINE TREE – Time Flies
04 – DIABLO SWING ORCHESTRA – Balrog Boogie
05 – JOHN ZORN – Miller’s Crake
06 – THE MARS VOLTA – Copernicus
07 – PINK MARTINI – And Then You’re Gone
08 – THE DEAR HUNTER – The Poison Woman
09 – NORAH JONES – Even Though
10 – TRANSATLANTIC – The wind blew them all away
11 – JULLIETTE LEWIS – Fantasy Bar
12 – TORI AMOS – Snow Angel
13 – BEARDFISH – Destined_solitaire
14 – ALICE – Island

Picture by Willoclick

ADDIO MICHAEL!

26 Giu

Non si può non parlarne. Per quanto possa piacerti o dispiacerti o lasciarti indifferente, non è possibile ignorare la sua storia, il suo successo, la sua influenza, la sua fine. È morto il Re del Pop. È morto un grande, e anche se la sua musica non mi ha mai coinvolto, anche se le sue bizzarre avventure me lo hanno fatto schernire più volte, non si può non celebrare la sua dipartita.

Chi ama la musica come me, con gusti particolari, con interessi deviati dalla grande corrente commerciale, quella dettata da MTV e da Rolling Stone Magazine, deve anche saper riconoscere il talento ed il genio laddove vi è dietro la grande industria dell’intrattenimento. Jackson ha inventato praticamente tutto quello che c’era da inventare negli anni ‘80. I balli pop si ispirano ancora a i suoi passi, Justine Timberlake, il nuovo principe di cellulosa, non è altro che la sua copia bianca un po’ rinfrescata. La sua musica scorre sempre e continuerà a scorrere per l’eternità sulle onde radio di tutto il pianeta. Sarà stato strano, diverso, ambiguo, ma non lo siamo forse un po’ tutti? Una cosa è certa, Michael è stato unico.

La sua storia è forse l’esempio più trasparente di come nella vita il denaro e il successo contino veramente poco. Lui che ha avuto praticamente tutto, è rimasto vittima dai suoi mostri interiori, divorato pezzo per pezzo dalla grande macchina dello spettacolo, la stessa che lo ha incoronato Re del Pop.

Celebro questo funesto giorno con un pezzo intramontabile. Ce ne sarebbero tantissimi. Li abbiamo ascoltati milioni di volte, ma non ci stancano mai. E mentre scorrono le immagini del video, immagino quello spirito confuso, ora finalmente libero dalla prigione che era il suo corpo, la sua maledizione, in rotta verso le remote magioni dell’universo, dove dimora una dimensione bellissima chiamata Musica. Addio Michael!

IL MEGLIO DEL 2008

31 Dic

Le postazioni di ascolto sono due: la cucina, centro nevralgico della casa, in cui il lettore Mp3 è attaccato a due piccole casse che fanno degnamente il loro lavoro. L’altra “zona musica” è la stanza dei giochi, in cui si alternano vecchi dischi a canzoncine per bambini (altrimenti i miei tre pargoli potrebbero anche arrabbiarsi!) Documentare il numero e il tipo di ascolti è fin troppo facile con le nuove tecnologie. Due tasti appena sfiorati del mio Creative ed appaiono i pezzi più ascoltati dell’anno. Partendo da queste utili informazioni diventa facile fare un quadro di questo 2008, che all’apparenza non sembra aver consegnato alla storia dei grandi album Ma vediamo un po’ cosa ci dice il lettore….

Senza dubbio l’album più ascoltato dell’anno in casa Willo è Studentessi, degli Elio e le storie tese, non solo perché di facile ascolto e mette allegria, ma perché credo fermamente si tratti del migliore disco degli EELST in assoluto, un vero capolavoro che mischia moltissimi generi e fa l’occhiolino al progressive più classico, quello d’autore per intenderci. Difficile però metterlo al primo posto, anzi credo che non metterò nessuno al primo posto.

Le grandi uscite del 2008 sono state senza dubbio Bedlam in Goliath dei Mars Volta, strepitoso, Watershed degli Opeth, valido lavoro al pari dei precedenti, e naturalmente il primo album solista di Steve Wilson Insurgentes, che ancora devo ascoltare perbene. Rimanendo in campo progressive ricordiamo le uscite di Beardfish, Pendragon, Ayreon, Neal Morse, No Man, The Tangent e il ritorno attesissimo dei Van der Graf Generator, ai quali però non ho ancora dato la giusta attenzione. Sono proprio i Beardfish con il loro Sleeping with the traffic Pt2 a essere incoronati da Progarchives (la piú grande community on line di musica prog) come i migliori del 2008. Il loro album è sicuramente valido, ma trovo Bedlam in Goliath assolutamente superiore. Questione di gusti….

Per quanto riguarda il metal si ricorda, oltre al sopra citato Watershed, il nuovo Metallica, al quale non ho dato la minima attenzione, e il ritorno attesissimo dei Cynic, che confezionano un piccolo capolavoro di appena 32 minuti: Traced in Air.

Tra gli italiani da nominare, oltre ai già citati EELST, ci sono Caparezza con il suo splendido concept Le dimensioni del mio caos, e lo straordinario lavoro del Bacio della Medusa, band underground di rock progressivo molto seventies che con il concept Discesa agli inferi di un giovane amante è riuscita addirittura a guadagnare la seconda posizione nella classifica di Progarchives. Davvero un bel disco.

Non nascondo di essermi avvicinato anch’io al genere “indie”, molto in voga al momento. Questo grazie anche ai Dear Hunter, band che amo molto e che si avvicina a quelle sonorità, anche se poi rimangono affiancati al filone progressive. Sono usciti alcuni dischi davvero bellissimi, primo fra tutti Razia’s Shadow dei Forgive Turner, un musical da brividi! Cito anche gli Hush Sound, appena scoperti, e gli As tall as lions.

Infine come non ricordare alcuni big: Peter Gabriel, Guns’n’roses e Coldplay. A questi ci aggiungo due dischi che sto ascoltando ma che ancora non conosco; l’ultimo di Nitin Sawhney e quello nuovo dei Tiamat.

Ma ecco i tre album che metto sul podio a pari-merito: Bedlam in Goliath dei Mars Volta, Razia’s Shadow dei Forgive Durden e Studentessi degli Elio e le storie tese.

Per il 2009 si attendono grandi cose, tre sicurezze in ambito prog: il nuovo dei Porcupine Tree, quello dei Dream Theater e dei Flower Kings. Ed ovviamente il quarto capitolo della saga dei Dear Hunter.

Ho fatto un piccolo sondaggio tra le persone appassionate di musica della mia community.  Ho chiesto a loro di stilarmi una classifica per il 2008. Ecco le risposte che mi sono pervenute.

Simone C. conciso, diretto e molto rock’n’roll. Ci troviamo sugli Ayreon!

n1: AC/DC- Black Ice (sopra tutti…)
Intramontabili!!!
n2: Heaven and Hell- il live (non ricordo il nome…)
La forza di riprovarci… E che forza…
n3: Ayreon-01011001
La solita classe di sempre…

Anche Gherardo D.L. mette sul podio i grandi EELST

Opeth – Watershed

Sono particolarmente affezionato alla band. La formula di Akerfeldt e soci (che chiamano “progressive death metal”) è caratteristica e complessa. Piace l’avvicendarsi di parti tirate e momenti di quiete, canzoni lunghe dove l’impatto della distorsione lascia spazio a intermezzi più lirici. I riff elettrici e metalleggianti lasciano spazio alle note più dolci della chitarra acustica, la voce growl si alterna con il cantato più classico e profondo: ogni pezzo, più che traccia di un album, è una piccola opera. “Watershed” non smentisce lo stile della band, che con questo CD porta avanti, a modo suo, la propria ricerca di un lirismo fatto di atmosfere cupe; il songwriting, sempre un po’ barocco, è all’altezza della storia del gruppo, le canzoni sono ‘dolorosamente’ ispirate. E’ una band che non tradisce, anche a rischio dell’autoreferenzialità.

Black Keys – Attack & Release

Che fine ha fatto il blues rock? Si è ‘garagizzato’, è diventato ‘low-fi’? ‘Minimal’? Tanto per piazzare qualche aggettivo a caso. Fatto sta che ricercare la semplicità porta più vicini all’anima del rock. E’ una semplicità apparente, quella di questo duo chitarra/batteria dell’Ohio. Ci si ritrova un po’ di tutto, a seconda della propria sensibilità. Sicuramente qualche rigurgito settantesco, e magari anche qualche concessione al rock psichedelico. Quello che manca in questo ultimo lavoro, e non è necessariamente un male, è forse la radice blues più classica che era stata un punto di partenza della band.

Elio e le Storie Tese – Studentessi

Non c’è bisogno di commento per queste glorie nazionali che, a colpi di mostruose capacità tecniche e di eclettismo inaudito, confezionano un altro grande album pieno di citazioni, che a volte sono sfottò e al tre volte tributi. La sperimentazione non ha più limiti, e “Ignudi fra i nudisti” è un gioiello costruito sul reverse di “Suspicious mind” di Elvis. Altra roba.

L’album che ho ascoltato di più quest’anno è “Highway Song Live” dei Blackfoot. Si torna indietro al 1982 quando i Blackfoot, i maestri del lato più rock (e meno country) del southern rock, suonano dal vivo una carrellata dei loro successi più significativi come “Gimme gimme gimme” o l’ultra-celebre “Highway Song”, con uno dei più begli assoli di chitarra di tutti i tempi (parere mio).

Poi vabbé, il 2008 è anche l’anno del ritorno degli AC/DC, che con i loro 3 accordi o poco più fanno rocchenròll come nessuno mai.

Infine Michele C., che volge l’attenzione al jazz e ai chitarristi. Menomale,  perché io quest’anno ho ascoltato molto poco di questo filone (a parte il solito Zorn!).

Di album del 2008 ora come ora non me ne viene in mente, però posso darti qualche altra perla che magari conosci già:

Guthrie Govan: “Erotic Cakes” (2006) album eccezionale almeno quanto le doti di questo chitarrista. Guthrie Govan è un turnista che scrive e trascrive pezzi di tutti i generi per la rivista Guitar Technique e quindi è capace di passare da un genere a un altro con una facilità spaventosa. In questo album ci sono vari pezzi che spaziano in generi anche molto diversi, tenuti comunque insieme dalle spaventose doti di quest’artista strepitoso.

Arctic Monkeys: “Favourite Worst Nightmare” (2007) questo è il secondo album (cito il secondo invece che il primo solo per una questione cronologica, perché il primo invece, è forse più bello!!!) di un gruppo londinese che si è fatto conoscere mettendo la propria musica su myspace ancor prima di diventare famosi… Il genere è il cosiddetto “indie” che oggi va molto di moda, ma ti garantisco che l’energia, la passione e la forza che sprigiona questo gruppo è veramente fuori dal comune!

Oz Noy: “Oz Live!” (2006) che dire di questo grande chitarrista???
Veramente notevole!!! Io me ne sono innamorato al primo ascolto! É uscito anche un suo nuovo album quest’anno che purtroppo però non ho ancora avuto modo di ascoltare… Oz Noy è un chitarrista israeliano che ha studiato alla Berkley di Boston e dopo essersi diplomato ha cominciato a suonare Jazz in giro prima per i locali d’america e poi piano piano si è inserito sempre di più nel panorama internazionale divenendo riconosciuto e stimato da tutto il mondo! Il suo primo album s’intitola “Ha!”, e anche quello è molto bello: c’è un pezzo con Mike Stern (Downside Up per l’esattezza) da far venire la pelle d’oca!
Con un uso molto intenso e originale di effetti di chitarra e di sonorità elettriche in questo live vengono anche riadattati in chiave moderna pezzi molto classici del jazz e della fusion come ad esempio Misterioso o Cissy strut! Superlativo!!!

Paul Gilbert: “Get Out Of My Yard” (2006).… su Paul Gilbert non ho niente da dire dato che penso più o meno lo conoscono tutti già da molto tempo!
Questo album secondo me è molto bello ed è l’ennesima riprova delle sue strabilianti doti tecniche usate per sfornare pezzi che non sono mai scontati né fini a se stessi! Complimenti a lui!!

Di dischi ascoltati durante l’anno ce ne sono veramente tanti e perciò è veramente difficile individuare quello che ho ascoltato di più ma dato che da un po’ di tempo a questa parte ho scoperto e sono rimasto folgorato dal mondo del jazz citerò qualche album classicone che mi ha lasciato a bocca aperta:
-Grant Green: “Idle Moments”
-Wes Montgomery: “Full House”
-Jim Hall: “Concierto”

Spero di aver coperto abbastanza di questo 2008. Anche se a prima vista non sembrava essere successo granché,  pare invece che qualche buona cosa ci sia vista. A questo punto non mi rimane che augurare a tutti un buon 2009, e che sia sempre all’insegna del rock!

IL PROGETTO INSURGENTES

5 Nov

Insurgentes é il primo lavoro da solista di Steve Wilson, uno dei musicisti che amo di piú in assoluto. Leader di band quali Porcupine Tree e Blackfield, ma anche collaboratore di Opeth, Anathema e altri gruppi progressive, Wilson si è affermato lentamente, un passo alla volta, lavorando sodo e senza mai vendersi. Una carriera ormai ventennale, uno stile, il suo, facilmente riconoscibile per quell’approccio melanconico-sognante (ma anche graffiante) di cui la sua musica è ricca.
Non ho ancora ascoltato il disco, che per altro non è più possibile ordinare perché è già sold-out. La tiratura era limitata e l’edizione da negozio uscirà forse nel 2009. Mi auguro che presto sarà comunque possibile trovarlo in rete.

E proprio su questo punto vorrei soffermarmi, perché tutto il progetto Insurgentes, sviluppato insieme al regista Lasse Hoile e a Susana Moyaho, è un messaggio contro la nuova cultura del download e dell’mp3. L’opera completa infatti include, oltre alla musica, un reportage di 120 fotografie e seguirà un documentario che vedrà la luce in primavera. Il senso è quello di proporre un oggetto di qualità,  godibile fino in fondo solo se assimilato nella sua forma originale, e non attraverso una misera copia digitale.

Wilson dice: “La mia paura è che la nuova generazione di ragazzi, nata in questa rivoluzione informatica e cresciuta con internet, cellulari, i-pods, downloads, american idols, reality show, prescrizioni di psicofarmaci e playstation, venga distratta da quello che è realmente importante nella vita, ovvero sviluppare un senso di curiosità verso ciò che si trova fuori.”

In passato ho manifestato molte volte il mio compiacimento verso la cultura dello sharing musicale e ho criticato il legame feticista che lega l’ascoltatore al pezzetto di plastica (cosa che ho sofferto anche io per molti anni). Ciononostante riconosco ancora il valore dell’oggetto, quando lo merita. Credo che un regalo come questo possa davvero meritare.
Eppure sono convinto che Insurgentes rimarrà un fenomeno separato, l’ennesimo tentativo di tornare alle origini, come hanno fatto altre band attraverso espedienti simili, digipack, vinili, superconfezioni e via dicendo. La nuova cultura non la puoi fermare. La tecnologia va a cento all’ora, e i ragazzi sono i suoi primi target.

La riflessione fatta da Wilson e dal suo progetto è interessante, ma è fine a se stessa. Credo ancora che l’unica alternativa allo sharing sfrenato sia la musica dal vivo. Alla fine è la performance sul palco l’espressione più vera del musicista.
Per quanto riguarda la rivoluzione tecnologica…  aspetteremo i concerti olografici…
…in streaming!!!!!

VAI ALLA PAGINA DI INSURGENTES: http://www.insurgentes.org/

ASCOLTATE L’ALBUM A QUESTO LINK