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AZZARDI D’AMORE

15 Mar

“Aspettate! Aspettate! Non fatelo, vi prego! È tutto quello che ho, credetemi… lo giuro. Prendete, ecco… anche questo. Non mi credete? Perché? Perché?”
Nel cielo il rosso esplode, raccontandomi di un giorno alla fine, la resa dei conti, il tempo di finire. Chi sono, mi chiedo. Trentacinque anni e tanti bicchieri mi hanno condotto a queste pagine, a fare i conti con gli azzardi d’amore. Si, mi piace chiamarli così: Azzardi d’Amore. Che vorrà mai dire…
Che questo maledetto cuore batte, sempre più forte, sempre più indomito, nonostante le distanze, i luoghi, i tempi e le occasioni.
Da bambino volevo che tutti facessero la pace; i puffi e Gargamella, Gig Robot e la regina Himika, Lupin e Zenigata. Perché? Ancora me lo chiedo.
Ecco, prendete anche questo, l’ultimo sonante gettone d’oro del mio amore. Mi avete svuotato, finalmente… Di me non resta che un cuscino bagnato di lacrime, un quaderno scarabocchiato d’appunti, che alla fine non vogliono dire un bel niente!
Che storia è mai questa? Può esistere una storia, a cavallo delle dissonanze di Omar Rodriguez? E quest’ennesimo quaderno bianco, che senso ha? Ormai faccio fatica a scrivere a penna. Devo seguire il ritmo, devo perdermi nei riff, nel basso sempre più ipnotico, nei lamenti di Cedric…
Allora, parliamo di me, sempre io… dopotutto io, con la maledetta Tetragrammation sparata a mille nelle Sennheiser.
Eccomi.
Ci sono.
Non mi credete? E chi altri potrei essere?  Non sono un trasformer. Non fingo, e se fingo, sono sempre cosciente di farlo, perciò sono me stesso anche quando faccio finta di esserlo.
Potrei allungare una mano e toccarvi. Toccarvi tutti quanti, darvi una carezza, farvi un massaggio oppure masturbarvi, baciarvi fino a farvi perdere la testa. Sono così, ricolmo di luce di vita. La regalo, ma è una parola senza senso, perché è un semplice dissociarsi dal concetto di mercato, che mi è distante, insignificante… Dare, donare, regalare, non so cosa significano queste parole…
Bisogna sempre fare i conti con le parole, quelle inventate apposta per imprigionarti… ne ho sempre tante da dire, ed ogni volta mi fregano!
Maledetto Cedric, dammi una mano te!
Ecco, finalmente la spiaggia. Sta anche albeggiando… è il momento giusto. Le ferite non mi fanno più male. Calci, pugni, graffi… è il prezzo che va pagato per un amore incontenibile, che straripa anche quando non è voluto.
Finalmente sono arrivato, il sole mi bagna le labbra, e la sabbia è il letto più comodo che si possa desiderare. E il tempo…? Il tempo è solo un sogno.

Ascoltando Tetragrammation dei Mars Volta (qui la seconda parte).

BOSCO INGANNATORE

27 Gen

La rugiada sotto i miei piedi.
È il nostro bosco, non ci sono dubbi. Le pietre annerite dal fuoco, un tronco ricoperto di muschio… è qui che è successo, la prima volta.
Nei suoi occhi il riflesso delle fiamme. Le scosto una ciocca dal volto… è come se non se ne fosse mai andata. Come se i suoi occhi non si fossero mai chiusi.
Ma il modo in cui le cime degli alberi vengono scosse dal vento mi riporta alla realtà. Il fruscio delle foglie ha un qualcosa di macabro. Il vento è quello gelido dei primi di novembre.
Devo smetterla d’ingannarmi.
Lei non c’è più.

Sulle note di Burdens degli Opeth

IL PIANETA ABBANDONATO

27 Gen

Il pianeta é deserto. Non c’è più nessuno.
Corro, grido, inciampo nei maledetti sassi di questa desolazione. Le lune nel cielo ridono di me. Le stelle sono troppo lontane. Cerco di afferrarle, il sangue scorre da una sbucciatura al ginocchio, impreco e mi rialzo. Continuo a correre.
Il pianeta morto è ricoperto di sassi e di povere. Dove sono andati tutti quanti?
«Hei ragazzi! Dove siete?» urlo.
Ma solo il vento mi risponde, sputandomi in faccia la polvere.
«Perché ve ne siete andati?»
Mi fermo. Correre non serve più a niente. Non c’è più nessuno.
Sono andati tutti via.
Non mi rimane altro che dormire…
…sognare.

Sulle note di “Love Hurts” degli Incubus

VICOLO CIECO

7 Gen

É una dannata giornata di febbraio, di quelle che ti penetrano le ossa, e non ti fanno stare fermo. Hai bisogno di muoverti, di camminare, di afferrare una bottiglia e andare…
Ma che succede quando imbocchi la strada senza uscita? No, non puoi permetterti di tornare indietro. Non c’è più niente alle tue spalle, solo il fetore della solitudine, il rancido retrogusto di un’amicizia perduta.
Già vedi la fine della strada, un muro compatto che ti sovrasta, ma ancora speri in una via d’uscita, in una porta su un altro mondo. Ancora qualche passo… Calpesti tombini mentre i giornali svolazzano. È un vicolo cieco, un maledetto vicolo cielo.
E allora ti siedi con la schiena appoggiata al muro, e ti stringi le ginocchia. Guardi la strada che hai appena attraversato, conti i lampioni, le auto in sosta, le porte delle case chiuse, come chiusa è ogni tua possibile uscita.
Piangere potrebbe essere la giusta alternativa. Ma non ricordi più come si fa.
E allora tiri giù una altro sorso e pensi: “Si vedrà!”

Sulle note di “One Way Street” di Mark Lanegan

LA LAMA NELLA TELA

15 Dic

In bocca ho ancora il sapore dell’altra. Dolce come il miele nel momento, amaro come il fiele mentre penso a lei, il mio unico amore.
Potrei mentirle, mentire a me stesso mentire al mondo intero, ma non sarebbe mai più lo stesso. Non è un bivio, non esiste una scelta vera e propria. Esiste solo quello che è successo, in una notte alcolica d’inverno, tra le lenzuola di raso di una ragazzina incontrata per caso. E lei che mi cerca al cellulare, che impreca con le amiche perché non le rispondo ai messaggi, perché non sono dove dovrei essere.
Niente potrà mai cambiare quello che è successo. Niente e nessuno potrà cancellare questa storia, la storia di una scopata veloce, di una lussuriosa notte senza stelle.
Ho infilzato la lama nella tela del nostro quadro, ho aperto uno squarcio che non potremo mai richiudere. L’unica alternativa è rincominciare a dipingere. Un’altra tela, nuovi pennelli, un altro soggetto.
È l’inizio di un nuovo corso?
Questo dipende da lei.
Io sarò le sue tempere, se lei lo vorrà. Ancora, ancora ed ancora.
Se lei lo vorrà…

Ascoltando “A Natural Disaster” degli Anatema.
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LA TENZONE

14 Dic

I suoi occhi sono la paura. Ma la paura si può domare, infrangere, distruggere, o a limite esorcizzare.
Ruota lo spadone davanti al mio volto, bisbiglia parole proibite, invitando al nostro cospetto i signori dei demoni. Io rimango in attesa, impietrito davanti al manifestarsi del potere. Non sono impegnato  a decifrare le mie possibilità di successo. Che io rimanga vivo oppure è assolutamente irrilevante. Invece cerco la connessione con l’intimo, stringo con più forza Devonia, la mia spada, cercando di diventarne parte. Faccio uno strano patto con gli atomi. Mi abbandono al desiderio di diventare tutt’uno…
La creatura multiforme che mi sta davanti continua a sorridere, la sua bocca è un mero strappo sulla faccia, la sua spada rotea in cerchi concentrici, io arretro ma è come se avessi un paio d’occhi sulla nuca. Lentamente percepisco gli atomi che mi circondano, quelli sulla mia epidermide, e quelli che confinano con essa. Non spreco movimenti. Attendo indietreggiando…
Ecco che arriva il primo affondo. Probabile, intuisco e schivo, lui scatta verso l’alto, una mossa astuta, ma riesco ad eluderla, rimango in piedi, l’equilibrio è tutto. Poi ruoto il corpo, provo un a timida stoccata, ma lui è abile, dannatamente abile…
Il gioco diventa una danza nel vento, una reverenza all’universo del piccolo, gli atomi saltellano impazziti, noi ci muoviamo attraverso, e a tratti mi sento la marionetta di un dio perverso, ma va bene anche così.
Reclamo l’errore, perché alla fine è sempre lui che decide. Attendo il piede in fallo. Attendo la mossa azzardata. Attendo il bagliore accecante.
Potremo continuare a danzare all’infinito. Ed è proprio quando il tempo sembra perdere significato che l’errore arriva. Ruoto e colpisco. Decapito il mio nemico con un solo colpo. Gli atomi continuano il loro lavoro. L’universo appare compiaciuto.
Ma è solo l’ennesima conseguenza del fattore tempo. L’inizio e la fine.

Ascoltando “Rosetta Stoned” dei Tool

APPUNTAMENTO NEL DESERTO

3 Dic

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Occhi grigi, pelle lattea. Che diavolo sono?
Non bisogna fidarsi del deserto. Ti manda in paranoia. E poi la doppia tequila era più che doppia. Forse mi sono bevuto il cervello.
Eppure li vedo, se ne stanno immobili a una ventina di passi di distanza, tra le rocce e i cactus del cazzo. Sottili come filamenti, nudi come vermi, bianchi come il formaggino mio. Che cosa sono?
Lei mi ha dato appuntamento qua fuori. Chissà per quale motivo sono stato ad ascoltarla… Ma lei è fatta così. Apre la bocca ed io divento un automa. Ormai sono secoli che questa storia va avanti…
La tequila della bettola. Perché ho accettato il secondo giro? E adesso ci sono questi dannati omuncoli che mi guardano. Il deserto è proprio uno schifo. Troppo sole. Troppo caldo.
– Che cazzo volete? – urlo. Ma loro mi guardano con quell’aria ebete. Rimangono ai loro posti, a dondolarsi nel vento che non c’è.
– Dov’è Linda? La conoscete? Vi ha detto lei di venire qui? –
Non fanno una piega. Stronzi. Quanto li avrà pagati…
Vi dico una cosa, prima che il sole esploda in questo deserto di merda. Non innamoratevi più. Le donne conoscono gente strana. Se ne combini una delle tue puoi stare tranquillo che prima o poi arriva la tua ora.
Eccoli, si stanno movendo tutti insieme. Oh mio dio, fa che facciano in fretta. Occhi grigi, pelle lattea. Silenti come pesci, mi circondano, si fanno ancora più vicini, cinque, quattro, tre passi. Allungano le braccia.
Maledetta troia!

Ascoltando “No twilight within the court of the sun”
di Steven Wilson

AGADEZ

3 Dic

Agadez. Che cazzo significa?
La follia… ecco cosa significa. Sprofondare nel divano potrebbe essere una buona idea. Quando hai in circolo la roba giusta non ti rimane altro da fare…
Agadez, chi diavolo sei? Un dio? Un altro maledetto dio?
Non ce la faccio. Davvero non ce la faccio. Potrei raccontarvi di oggi pomeriggio. Il tempo di mietere un altro momento. L’incontro che non posso rivelarvi. Ho ucciso? Ho detto? Ho fatto? Agadez mi sta confondendo. È dentro di me. Sì, solamente adesso riesco a capire, ma è già troppo tardi. Scivola via la storia e non so ancora come finirà, non so neanche se c’è una storia. Agadez mi appartiene. Mi agguanta, chiede, urla, mi piega alla sua volontà.
Succede sempre così.
Succede sempre così!!
Dammi un’altra possibilità.
Gira ancora una volta la ruota.
Ma che stai facendo?
No
Noooooooooooooooooooooooo!

Ascoltando Agadez dei Mars Volta

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27 Ott

Tre piccoli esercizi di prosa estratti dall’esperimento LA PERGAMENA, uno strumento di scrittura creativa appena messo in rete da Willoworld. Un omaggio a tre splendide canzoni.

PAPA’ E’ A POSTO

Ho poche parole da dirti. Te le sussurrerò piano, perché possano rimanere nel tuo cuore, anche quando io non sarò più qui.
No, non piangere per me, per le cazzate che ho fatto, per come sono diventato. Io non sono diventato un bel niente. Ho semplicemente scelto di essere come sono. E può non piacere al mondo, può non piacere anche a te, ma è così. E non me ne vergogno.
Avrei potuto studiare, fare carriera, diventare una persona importante, fare soldi. E probabilmente non mi sarei mai piaciuto come mi piaccio adesso.
Allora piccolo, non piangere se il tuo papà sta male. Tuo papà è a posto, credimi.
Ha solo bisogno che tu gli allunghi quella bottiglia…

Ascoltando “Alcholic” degli Starsailors

LA PAROLA FINE

Cazzo, dio, ho meno di cinque minuti per dirti quanto ti odio. Ma forse bastano, anzi, forse sono anche troppi. Perché te l’ho già fatto capire, no?
Lei, si sempre lei. Perché, c’è qualcosa di strano? Innamorato, stupido innamorato… No, non è solo questo.
È una lama che penetra lentamente, è un coltello arrugginito che si insinua nei miei intestini.
Ancora quel dannato telefono. Ancora la voce di lei che piange, che stride, che ride, che finge. Ed io che continuo a risponderle, credendo che le importi per davvero. No, non gliene importa più niente di me, non gliene è mai importato un cazzo. Lo fa solo per sentirsi meglio, la troia!!!!
Lasciami perdere. Lasciami stare. Ho solo bisogno di un altro goccio per finire questa serata, così potrò prendermela ancora un po’ con dio, quello stronzo. Sputerò parolacce e mi lascerò felicemente dilaniare da queste note. Le solite note…
Addio, stronza!!!!!
Addio.
Sono io che riaggancio, questa volta. Sono io che scrivo la parola fine, in fondo a questa storia.
Addio.

Sulle note di “The Church and the Dime” dei The Dear Hunter

L’ANOMALIA DELL’ECOMOSTRO

Come può esserci un mondo per domani, in questa notte buia, più buia delle altre. Anche la luna non  mi dice il vero. Falsa è la sua luce, riflessa dal vetro della finestra di camera mia. Vorrebbe convincermi che tutto va come dovrebbe andare. Una romantica ubriacona, ecco cos’è…
La musica continua ad abbattersi su questa assurda realtà, quasi non riesco a sopportarla. Bastarda! Bastarda!
Eppure continuo ad andare avanti, io sveglio domani alle cinque e trentacinque, una giornata a mangiare polvere di cemento, sotto il sole impietoso. Maledetti…. Una trappola, ecco che cos’è…
E allora luna, la fai da puttana anche stasera, oppure mi stai ad ascoltare? Si, ho da dirti una cosa orribile. Sto per fare qualcosa di terribile, contro ogni aspettativa, contro ogni possibilità. Sto per compiere una pazzia. Ma ormai non m’importa più niente.
Basta una spinta giusta, una vite tronca, un minimo errore, e tutto crolla. L’intero palazzo, l’intero sogno, l’intero fottuto disegno!

Ascoltando “No World For Tomorrow” dei Coheed and Cambria.