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Rush beyond the lighted stage – Documentario

28 Set

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THE DEAR HUNTER

30 Gen

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I “Dear Hunter” nascono come progetto di Casey Crescenzo, chitarrista/cantante dei The Receiving End of Sirens, una band Bostoniana di post-hardcore. Appena lasciato il gruppo, Crescenzo si dedica a tempo pieno ai Dear Hunter, facendo uscire nel 2006 il primo album “Act 1: The Lake South, The River North”, come primo episodio di un concept che prevede 6 album e che descrive la vita di un ragazzo allo svolta del secolo. Dopo l’uscita del primo episodio, Crescenzo recluta Luke Dent alle tastiere, Eric Serna alla chitarra, Sam dent alla batteria e Josh Rheault al basso per registrare la seconda parte del concept “Act 2: The Meaning of, and All Things Regarding Ms. Leading”, e iniziare un intenso tour per promuovere l’album. Durante questo periodo Rheault e i fratelli Dent abbandonano la band, lasciando Crescenzo e Serna da soli.

Hanno da poco annunciato di stare lavorando anche su un altro concept di addirittura nove album, basato sui 7 colori dell’arcobaleno e i due toni nero e bianco. Sembrerebbe che i Dear Hunter abbiano ambiziose aspettative per il futuro.

Sicuramente una band di cui sentiremo molto parlare. Forse i nuovi Mars Volta, ma con un approccio piú melodico, a volte addirittura pop. Ho appena finito di ascoltare questo Act 2 e l’ho trovato stupendo!
Andateveli ad ascoltare anche voi sulla loro pagina di myspace oppure visitate il loro sito.
Su you tube vi consiglio questo video.

GENESIS, REVELATIONS

21 Dic

Molto commovente questo spezzone di intervista a Peter Gabriel estratto dalla nuovissima biografia dei Genesis intitolata “Genesis, Revelations”. Lo ripropongo su questa pagina come augurio per una reunion completa, in un futuro prossimo. Buona lettura.

Era il maggio del 1975. Dopo l’ultimo concerto a St-Etienne me ne stavo seduto in camerino, frustrato e depresso per non essere riuscito ad annunciare al pubblico che quella era la mia ultima esibizione. Sentivo la necessità di sottolineare pubblicamente questa svolta, ma non volevo farlo se volevo dare alla band una chance di sopravvivenza.

Questo mi costringeva a tenermi tutto dentro, e sapevo che avrei dovuto affrontare non poche critiche. Non penso che fossero in molti ad appoggiarmi. Dopo un po’ di tempo, in realtà, la mia decisione venne accettata, ma io mi sentivo lo stesso come un Giuda che aveva tradito la causa. Sapevo comunque di non avere alternative. La mia intenzione era quella di sparire dal mondo della musica e dedicarmi alla realizzazione di film. Avevo frequentato la scuola di cinema, ma non avevo potuto continuare perché allora eravamo troppo concentrati sui Genesis. Poi il sodalizio con William Friedkin era finito in una bolla di sapone.

Credo che avesse avuto qualche problema: spesso le persone partoriscono idee grandiose e rivoluzionarie, ma poco dopo inevitabilmente arriva il momento di fare i conti con la realtà.

Il mio obiettivo principale era di prendermi un po’ di tempo per starmene a casa con la mia famiglia. Dopo poco ci eravamo trasferiti in campagna, nella West Country inglese (un altro cambiamento che si andava a sommare a tutte le altre cose che erano successe in quel fatidico 1974). La distanza geografica dal resto della band si faceva sentire, ma la ragione che ci spinse verso ovest era di natura economica: avevamo bisogno di un posto come Bath, circa 160 chilometri da Londra, dove i prezzi, almeno allora, erano ancora relativamente contenuti. Scovammo un cottage a Woolley, appena più a nord di Bath. Era un villaggio con meno di cento anime. Quando nevicava gli unici veicoli in grado di circolare erano il trattore del contadino e la mia Range Rover, così facevamo le consegne del pane e del latte, e quando, pace all’anima sua, qualche vecchietta moriva, tiravamo a sorte per chi dovesse trasportare su e giù dalla collina la bara e i becchini.

Non ho mai provato un senso di appartenenza a una comunità altrettanto forte. Avevo sempre amato la regione del West Country perché nel profondo la gente sembrava aperta, amichevole e più rilassata, e poi c’erano colline e corsi d’acqua, elementi naturali che ho sempre amato. Si trattava davvero, come si dice, di ritrovare se stessi in campagna.

(…) Dopo aver lasciato la band, per una decina d’anni cercai di fare qualcosa di diverso. Ma a un certo punto non ci pensai più, perché sentivo di aver trovato una mia identità musicale. Nel 2002, in “Signal to noise” dall’album Up, mi ritrovai a fare arrangiamenti per archi che non avrei mai azzardato nei miei primi anni come solista. E oggi mi sento completamente libero di addentrarmi anche in quello che potrebbe essere considerato il vecchio territorio dei Genesis: nel mio ultimo tour sono stato persino tentato di includere “Supper’s ready”. Ho discusso con gli altri sulle date della tournée di “Turn it on again”, ma mi sono reso conto che la cosa stava diventando più grande di quello che in questo momento sono disposto ad affrontare. In linea teorica, non ero contrario all’idea di fare qualcosa insieme per un periodo di tempo più breve. Comunque, non esistono più pregiudiziali, e tutto ridiventa possibile.

Tratto da “Genesis, Revelations” (Ed. De Agostini)

IAN ANDERSON

28 Mag

Da tempo meditavo di dedicare un articolo a un personaggio che è stato per me grande fonte di ispirazione e coinvolgimento. Ho raccolto svariate immagini che lo ritraggono in molte occasioni della sua lunga carriera, e ho tradotto alcune importanti biografie da alcuni articoli in inglese. Qua e là ho aggiunto le mie considerazioni. Ecco qui il risultato.

Ian Scott Anderson, nato il 10 agosto del 1947 a Dunfermline (Scozia), conosciuto al pubblico come “La Voce dei Jethro Tull”, è un cantautore polistrumentista con alle spalle una lunghissima carriera da frontman, un vita sul palcoscenico che lo ha plasmato in una vera e propria icona del rock.
Figlio di un proprietario d’albergo, passò la prima parte della sua infanzia a Edimburgo, un esperienza che influenzò inevitabilmente il suo lato artistico. Tornerà poi in un secondo tempo a vivere nella sua Scozia natia per un periodo di molti anni.
Nel 1959 la sua famiglia si trasferì a Blackpool, nel north-west dell’Inghilterra, dove Ian completò gli studi dell’obbligo prima di approdare alla scuola d’arte. Molti dei suoi lavori di questo periodo indicano una vivace esperienza didattica..
Ancora adolescente entrò come commesso in un negozio di abbigliamento a Backpool, e poco dopo come venditore di giornali in un edicola. Le letture di riviste quali “Melody Maker” e “New Musical Express” durante le sue pause per il pranzo gli dettero l’ispirazione per suonare in una band…
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GENESIS

12 Nov

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Essere iniziato al fantastico mondo della musica con un disco come “Selling England by the pound” non può che essere una grande fortuna.

Fu il mio primo acquisto mirato, condizionato da alcuni scorci di memoria remota, tempi in cui i miei fratelli mettevano su quel curioso vinile dalla copertina gialla, il disegno di un giardino e di un uomo che dorme sulla panchina. Senza saperlo mi ritrovai tra le mani 53 minuti di storia della musica rock, una pietra miliare intramontabile. E mentre in questo preciso istante faccio scorrere la penna ascoltando quell’intreccio di note di Banks in Cinema Show, avverto ancora la solidità del pezzo, quella magia che ti trattiene dal premere lo stop del cd player, anche quando sei in ritardo e devi scappare.
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SITTING ON THE PARK BENCH

11 Ott

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Avete mai provato ad ascoltare i Jethro Tull su una panchina del parco?
Credo sia il posto migliore per incontrare Anderson e i suoi amici ubriaconi!
Ruoti dolcemente il volume fino ad 8 o magari 9, ti distendi guardando gli alberi e gli scorci di cielo, e rimani li` a sentire quel pazzo di Ian che ti racconta tante storielle sconce, idilli di saggezza infinita. Le storie si alternano al suo flauto che e` la sua seconda voce, alla chitarra di Martin Barre che graffia come un gattaccio randagio, e all’atmosfera decadente e pomposa del resto della band, quel sound cosi` unico tipicamente Jethro. E anche se il seme del loro sound e` presente in tutti i lavori della loro lunga carriera, ogni singolo pezzo e` legato ad un determinato stato d’animo.
Le canzoni dei Jethro Tull continuano a rievocare dentro di me centinaia di ricordi di persone, luoghi e momenti, e continueranno a farlo.
Nella loro gigantesca discografia esistono queste perle quasi invisibili che all’improvviso riappaiono e ti colpiscono, come la Cheap Day Return che ho appena ascoltato. L’album “Aqualung (71’)” e` un bel riassunto di quello che i Jethro sono.
Per curiosita` provo a far riattaccare la vecchia Locomotive Breath…….
……ecco il piano di John Evan……
……la chitarra di Martin…… ……e si parte!
C’e` poco da dire; la macchina funziona!
I Tull sono una band che puoi amare o odiare, o ti e` dentro o ci sei proprio fuori.
La loro musica e` un’altalena di controverse sensazioni sul filo di un flauto che sembra parlare una lingua ancestrale, imprecando a destra e a sinistra. Poi alla fine si acquieta e tutto sembra rinascere come in Wind Up, dolce conclusione di un disco terrificante.
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SEMPLICEMENTE YES

20 Set

Questa e` una strada affascinante, una di quelle piene di curve e tornanti che si inerpicano sulla grande montagna, e poi ridiscendono esplorando terre magnifiche e sconosciute. Questa e` la strada che ci conduce attraverso la storia di una band che ha plasmato infinite immagini dentro di me, il gruppo creatore di quella forte vibrazione che viaggia ancora nel tempo e che si chiama semplicemente Yes.
Stagioni colme di interminabili sinfonie, movimenti veloci e trascinanti esaltati da inimitabili assoli. Un universo impervio, ma una volta che ci sei dentro senti il bisogno di perditi tra le sue meraviglie.
E quale miglior modo di perdersi dentro l’universo Yes se non ascoltando il loro quarto album “Fragile (72’)”, autentico masterpiece del rock.
Ricordo di aver considerato questo disco una delle espressioni piu` alte della musica, e risentendo adesso la vecchia Roundabout riesco a giustificare la mia esaltazione di quel periodo cosi` intensamente prog. Oggi che la mia prospettiva sulla dimensione si e` ampliata, non riesco piu` a mettere un disco sopra tutti gli altri, ma a volte mi piacerebbe tornare ad avvolgermi solo del vecchio rock progressivo, il genere che mi ha svezzato nutrendomi di puro latte sinfonico scremato di quattro quarti.
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