ROCK CITY – Quarto Episodio: Rooster Crane

16 Mar

Questo nuovo episodio di Rock City è ispirato a un’altra figura caratteristica degli anni settanta del genere progressive, Vincent Crane. Il tastierista e fondatore degli Atomic Rooster si distinse per il suo look darkeggiante, le sue lugubri atmosfere di piano (Death walks behind you) e le sue depressioni che lo portarono nel 1989 al suicidio.

QUARTO EPISODIO: Rooster Crane

Il concerto degli Abyss era terminato in un tripudio di urla di disperazione e pianti isterici. La band più “scura” di Rock City aveva lasciato il palco tra i rintocchi di campana della tenebrosa e bellissima “Funeral”, dopo un concerto di quasi tre ore. Per l’occasione il cantante e leader della band si era fatto rinchiudere in un cofano d’ebano posizionato al centro del palco. Un becchino smilzo e incappucciato scandiva il tempo del finale per solo piano conficcando dei lunghi chiodi d’acciaio nella bara. I quarantacinquemila dell’Arena Nord erano in estasi.
Ma a Rock City i concerti erano solo l’inizio dell’avventura notturna. La festa di solito continuava nei club e nei pub della città, tutti rigorosamente di proprietà delle major. Poi c’erano le feste private, anche se illegali, perché alla Dome Records e alla Dream Music non andava a genio che la gente si sballasse nelle proprie case con gli alcolici comprati al supermercato e le pasticche degli sciamani di strada. Ma nonostante il severissimo divieto, ogni sera vi erano centinaia se non migliaia di party liberi nella metropoli.
Quella sera Jim e Carrie, subito dopo il concerto degli Abyss, se ne andarono da Izzy, uno sciamano loro amico che aveva un seminterrato nella città vecchia che era l’ideale per organizzare delle feste senza dare troppo nell’occhio. Izzy aveva invitato mezza Arena quella sera, perché il tema del party era la morte, un soggetto sempre di grande attrazione. La maggior parte degli invitati erano Ghosts, amanti della musica scura e necrofili per spasso, ma non tutti si trovavano lì per giocare e divertirsi nel segno della decadenza più dark. C’erano alcuni personaggi di dubbia reputazione, ben più interessati ai misteri della morte degli sballati fan degli Abyss. Jim e Carrie notarono l’andazzo ed erano sul punto di levarsi dai piedi, quando Izzy si fece loro incontro salutandoli e promettendogli un viaggio super. Si diceva infatti che il bizzarro sciamano, sempre vestito di scuro e completamente glabro, con uno strano tatuaggio tribale sulla testa calva, usava mischiare del comune acido con una sostanza di sua invenzione ricavata dalle reliquie delle rock star crepate di OD (e il cimitero di Rock City ne era pieno). La capsulina che faceva girare quella sera e per la quale era diventato nell’ambiente sotterraneo una mezza celebrità, l’aveva battezzata “Gateaway”, e il nome diceva tutto. Cazzate, certo, una persona normale non può permettersi di credere a scemenze del genere, ma una cosa era certa: la roba di Izzy faceva sballare di brutto, e poi si diceva che facesse vedere i morti. Roba da farti perdere la ragione, ma alla festa quella sera ce n’era poca di gente con qualche cellula sana in testa.
Jim prese Carrie per la mano e la condusse attraverso un corridoio gremito fino alla porta del soggiorno. La bottiglia di vodka che teneva nella mano era ormai a metà. Si sedettero sul bracciolo di un divano sdrucito, accanto a due ragazze che fumavano erba accarezzandosi delicatamente la testa. Dallo stereo arrivavano le note di un disco dei Tomb, il primo progetto del grandissimo Rooster Crane, il Galletto del Diavolo.
– Questo pezzo è semplicemente stupendo! – sussurrò Carrie all’orecchio del suo ragazzo. Poi gli afferrò la bottiglia e buttò giù un lungo sorso. Lui incominciò a baciarla esplorando e giocando con la lingua, solleticando i numerosi piercing che aveva sulle labbra e i due bottoncini interni. Erano andati, ma non col pilota automatico. Era un bello stare, ma era appena scoccata mezzanotte e l’avventura era solo all’inizio.

Le feste libere si autoregolavano. Potevi entrare anche se non eri invitato ma dovevi comportarti bene, altrimenti il meglio che ti poteva capitare era ritrovarti col culo sul marciapiede. La gente di solito entrava, si faceva una bevuta o qualcos’altro, e poi si dileguava verso un altro party, che a Rock City, specialmente il sabato sera, non mancavano certo. Izzy metteva a disposizione la sua casa, gli alcolici e in cambio tirava su un discreto malloppo vendendo il suo Gateway. Jim e Carrie, entrambi appena sedicenni, non se lo potevano permettere, ma erano vincolati dalla promessa dell’amico. A fine serata una pasticchina, forse due, sarebbero toccate anche a loro.
Jim non conosceva personalmente Izzy, ma suo fratello più grande ci era andato a scuola insieme e quando era appena un ragazzo lo vedeva spesso a casa sua. Jim sapeva che Izzy si sentiva in colpa per l’OD che si era fottuta suo fratello, anche se non era stato lui a vendergli la roba. Jim non conosceva tutta la storia, ma Izzy si era preso a cuore il fratellino proprio per questo senso di colpa. La sera che Martin si fece quel viaggio senza ritorno erano insieme. Izzy provò a convincerlo di lasciar perdere, che lo sciamano che gli aveva venduto la roba aveva una brutta reputazione e si sapeva che lavorava con la DR. Ma non volle sentir ragioni e s’infilò quel maledetto ago nel braccio, pace all’anima sua…
Il viavai era terminato. Alla festa rimanevano gli irriducibili, i collassati e quei tre o quattro personaggi che Jim aveva adocchiato all’inizio. Izzy mise sul piatto “No Return” il capolavoro di Rooster Crane,  l’ultimo lavoro da solista prima che la morte lo richiamasse. E cosa si aspettava, dopo averla inneggiata e reclamata per anni! Era giunto il momento di soddisfare le sue richieste, perché con la morte non si scherza…
Izzy richiamò tutti quanti all’ordine. Chiese, a chi poteva, di formare un cerchio nel soggiorno, dove la voce sofferente di Crane chiedeva perdono a Satana, perché era giunto il momento tanto atteso. Jim e Carrie, che erano ancora sul divano ad esplorarsi e a bere sguaiatamente, presero posizione insieme a una quindicina di persone. C’era odore di cannabis e vomito nell’aria, prima che Izzy accendesse alcuni bastoncini d’incenso aromatici.
La scena che sia andava componendo aveva qualcosa di mistico. Jim reggeva bene l’alcol e riusciva ancora a metter a fuoco i volti delle persone. Carrie era completamente andata e si appoggiava con tenerezza sulla sua spalla. Lui le chiese come stava e lei gli rispose con un grugnito. Nonostante tutto la trovava ancora bellissima.
Finalmente Izzy prese posto al centro del cerchio. Teneva in mano un sacchettino di velluto rosso, e con un amano rovistava il suo contenuto. Sorrideva in maniera dolce e confusa, ma i suoi occhi erano presenti e vivi e si posarono su ogni elemento del cerchio. Lui continuava a girare il contenuto del sacchetto. Disse qualcosa, ma Jim non riuscì a sentirlo perché la musica era troppo alta. Poi incominciò a dispensare chicche, come un Gesù moderno spezzerebbe i pani per il suo popolo.
Jim buttò giù la sua e si mise in tasca quella di Carrie, che se la dormiva accanto. Quello che avvenne dopo lo turbò per molti giorni. Le luci cambiarono, i bassi dello stereo rimbombarono nel suo stomaco,  gli oggetti della stanza cominciarono a sciogliersi, come in un quadro di Dalì. Guardò i volti delle persone sedute in cerchio e intravide le forme dei loro teschi, macabri ghigni dell’oltretomba. Provò ad urlare ma non riusciva a muoversi, a parlare, a fare niente. Non poteva neanche chiudere gli occhi o tapparsi le orecchie. Jim cercò la figura di Izzy e la trovò al centro del cerchio, ma era cambiata. Adesso di fronte a lui vi era un uomo alto, con lunghi capelli che ricadevano sul volto. C’era qualcosa di familiare in lui. Provò a distinguere i tratti del suo volto nell’ombra proiettata dalla massa di capelli, e in quell’istante l’uomo alzò lo sguardo su di lui. Allora lo riconobbe. Era Rooster Crane, in carne ed ossa, o almeno quella era l’impressione. I suoi occhi erano rossi come le braci della magione di Belzebù. Lo spettro del cantante alzò la testa, gettando indietro la sua chioma corvina, abbandonandosi a una risata crudele, estasiata, che andò a fondersi con la melodia del pezzo che chiudeva il suo ultimo album “Dancing with the dark ones”.
Perché a Rock City i fantasmi esistono, che lo crediate oppure no, e il diavolo è dalla parte dei buoni.

GM Willo – Leggi gli altri episodi

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6 Risposte to “ROCK CITY – Quarto Episodio: Rooster Crane”

  1. Morgendurf marzo 16, 2010 a 10:36 pm #

    … figata! (si ouò dire/scrivere/pensare?)… psichedelico…

  2. Morgendurf marzo 16, 2010 a 10:46 pm #

    ops… può… refuso dovuto all’assenza di occhiali… scusami… 🙂

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  1. ROCK CITY – Quarto Episodio: Rooster Crane « I Silenti - marzo 16, 2010

    […] Il concerto degli Abyss era terminato in un tripudio di urla di disperazione e pianti isterici. La band più “scura” di Rock City aveva lasciato il palco tra i rintocchi di campana della tenebrosa e bellissima “Funeral”, dopo un concerto di quasi tre ore. Per l’occasione il cantante e leader della band si era fatto rinchiudere in un cofano d’ebano posizionato al centro del palco. Un becchino smilzo e incappucciato scandiva il tempo del finale per solo piano conficcando dei lunghi chiodi d’acciaio nella bara. I quarantacinquemila dell’Arena Nord erano in estasi. Ma a Rock City i concerti erano solo l’inizio dell’avventura notturna. La festa di solito continuava nei club e nei pub della città, tutti rigorosamente di proprietà delle major. Poi c’erano le feste private, anche se illegali, perché alla Dome Records e alla Dream Music non andava a genio che la gente si sballasse nelle proprie case con gli alcolici comprati al supermercato e le pasticche degli sciamani di strada. Ma nonostante il severissimo divieto, ogni sera vi erano centinaia se non migliaia di party liberi nella metropoli… continua… […]

  2. ROCK CITY – Quarto Episodio: Rooster Crane « WILLOWORLD - marzo 16, 2010

    […] Il concerto degli Abyss era terminato in un tripudio di urla di disperazione e pianti isterici. La band più “scura” di Rock City aveva lasciato il palco tra i rintocchi di campana della tenebrosa e bellissima “Funeral”, dopo un concerto di quasi tre ore. Per l’occasione il cantante e leader della band si era fatto rinchiudere in un cofano d’ebano posizionato al centro del palco. Un becchino smilzo e incappucciato scandiva il tempo del finale per solo piano conficcando dei lunghi chiodi d’acciaio nella bara. I quarantacinquemila dell’Arena Nord erano in estasi. Ma a Rock City i concerti erano solo l’inizio dell’avventura notturna. La festa di solito continuava nei club e nei pub della città, tutti rigorosamente di proprietà delle major. Poi c’erano le feste private, anche se illegali, perché alla Dome Records e alla Dream Music non andava a genio che la gente si sballasse nelle proprie case con gli alcolici comprati al supermercato e le pasticche degli sciamani di strada. Ma nonostante il severissimo divieto, ogni sera vi erano centinaia se non migliaia di party liberi nella metropoli… continua… […]

  3. LETTURE NELLA CITTÀ VECCHIA « I Silenti - marzo 17, 2010

    […] Il concerto degli Abyss era terminato in un tripudio di urla di disperazione e pianti isterici. La band più “scura” di Rock City aveva lasciato il palco tra i rintocchi di campana della tenebrosa e bellissima “Funeral”, dopo un concerto di quasi tre ore. Per l’occasione il cantante e leader della band si era fatto rinchiudere in un cofano d’ebano posizionato al centro del palco. Un becchino smilzo e incappucciato scandiva il tempo del finale per solo piano conficcando dei lunghi chiodi d’acciaio nella bara. I quarantacinquemila dell’Arena Nord erano in estasi… continua… […]

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