GENESIS, REVELATIONS

21 Dic

Molto commovente questo spezzone di intervista a Peter Gabriel estratto dalla nuovissima biografia dei Genesis intitolata “Genesis, Revelations”. Lo ripropongo su questa pagina come augurio per una reunion completa, in un futuro prossimo. Buona lettura.

Era il maggio del 1975. Dopo l’ultimo concerto a St-Etienne me ne stavo seduto in camerino, frustrato e depresso per non essere riuscito ad annunciare al pubblico che quella era la mia ultima esibizione. Sentivo la necessità di sottolineare pubblicamente questa svolta, ma non volevo farlo se volevo dare alla band una chance di sopravvivenza.

Questo mi costringeva a tenermi tutto dentro, e sapevo che avrei dovuto affrontare non poche critiche. Non penso che fossero in molti ad appoggiarmi. Dopo un po’ di tempo, in realtà, la mia decisione venne accettata, ma io mi sentivo lo stesso come un Giuda che aveva tradito la causa. Sapevo comunque di non avere alternative. La mia intenzione era quella di sparire dal mondo della musica e dedicarmi alla realizzazione di film. Avevo frequentato la scuola di cinema, ma non avevo potuto continuare perché allora eravamo troppo concentrati sui Genesis. Poi il sodalizio con William Friedkin era finito in una bolla di sapone.

Credo che avesse avuto qualche problema: spesso le persone partoriscono idee grandiose e rivoluzionarie, ma poco dopo inevitabilmente arriva il momento di fare i conti con la realtà.

Il mio obiettivo principale era di prendermi un po’ di tempo per starmene a casa con la mia famiglia. Dopo poco ci eravamo trasferiti in campagna, nella West Country inglese (un altro cambiamento che si andava a sommare a tutte le altre cose che erano successe in quel fatidico 1974). La distanza geografica dal resto della band si faceva sentire, ma la ragione che ci spinse verso ovest era di natura economica: avevamo bisogno di un posto come Bath, circa 160 chilometri da Londra, dove i prezzi, almeno allora, erano ancora relativamente contenuti. Scovammo un cottage a Woolley, appena più a nord di Bath. Era un villaggio con meno di cento anime. Quando nevicava gli unici veicoli in grado di circolare erano il trattore del contadino e la mia Range Rover, così facevamo le consegne del pane e del latte, e quando, pace all’anima sua, qualche vecchietta moriva, tiravamo a sorte per chi dovesse trasportare su e giù dalla collina la bara e i becchini.

Non ho mai provato un senso di appartenenza a una comunità altrettanto forte. Avevo sempre amato la regione del West Country perché nel profondo la gente sembrava aperta, amichevole e più rilassata, e poi c’erano colline e corsi d’acqua, elementi naturali che ho sempre amato. Si trattava davvero, come si dice, di ritrovare se stessi in campagna.

(…) Dopo aver lasciato la band, per una decina d’anni cercai di fare qualcosa di diverso. Ma a un certo punto non ci pensai più, perché sentivo di aver trovato una mia identità musicale. Nel 2002, in “Signal to noise” dall’album Up, mi ritrovai a fare arrangiamenti per archi che non avrei mai azzardato nei miei primi anni come solista. E oggi mi sento completamente libero di addentrarmi anche in quello che potrebbe essere considerato il vecchio territorio dei Genesis: nel mio ultimo tour sono stato persino tentato di includere “Supper’s ready”. Ho discusso con gli altri sulle date della tournée di “Turn it on again”, ma mi sono reso conto che la cosa stava diventando più grande di quello che in questo momento sono disposto ad affrontare. In linea teorica, non ero contrario all’idea di fare qualcosa insieme per un periodo di tempo più breve. Comunque, non esistono più pregiudiziali, e tutto ridiventa possibile.

Tratto da “Genesis, Revelations” (Ed. De Agostini)
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