IAN ANDERSON

28 Mag

Da tempo meditavo di dedicare un articolo a un personaggio che è stato per me grande fonte di ispirazione e coinvolgimento. Ho raccolto svariate immagini che lo ritraggono in molte occasioni della sua lunga carriera, e ho tradotto alcune importanti biografie da alcuni articoli in inglese. Qua e là ho aggiunto le mie considerazioni. Ecco qui il risultato.

Ian Scott Anderson, nato il 10 agosto del 1947 a Dunfermline (Scozia), conosciuto al pubblico come “La Voce dei Jethro Tull”, è un cantautore polistrumentista con alle spalle una lunghissima carriera da frontman, un vita sul palcoscenico che lo ha plasmato in una vera e propria icona del rock.
Figlio di un proprietario d’albergo, passò la prima parte della sua infanzia a Edimburgo, un esperienza che influenzò inevitabilmente il suo lato artistico. Tornerà poi in un secondo tempo a vivere nella sua Scozia natia per un periodo di molti anni.
Nel 1959 la sua famiglia si trasferì a Blackpool, nel north-west dell’Inghilterra, dove Ian completò gli studi dell’obbligo prima di approdare alla scuola d’arte. Molti dei suoi lavori di questo periodo indicano una vivace esperienza didattica..
Ancora adolescente entrò come commesso in un negozio di abbigliamento a Backpool, e poco dopo come venditore di giornali in un edicola. Le letture di riviste quali “Melody Maker” e “New Musical Express” durante le sue pause per il pranzo gli dettero l’ispirazione per suonare in una band…

Nel 1963 forma i Blades, insieme ad alcuni compagni di scuola; Barriemore Barlow alla batteria, John Evan alle tastiere, Jeffrey Hammond al basso e Michael Stephens alla chitarra. È una band che suona blues e soul con Ian alla voce e armonica (non si è ancora avvicinato al flauto, lo strumento con lo consacrerà come mito del rock).
Nel 1965 la band diventa la “John Evan Band”, con una formazione allargata. La band si scioglie dopo un paio di anni quando Anderson si trasferisce a Luton. È là che conosce il batterista Clive Bunker e il chitarrista/cantante Mick Abrahams, appartenenti a un gruppo che suona blues (i “McGregors Engine”).
Insieme a Glenn Cornick, bassista conosciuto attraverso John Evan, Ian dà origine alla prima incarnazione della band che lo accompagnerà per oltre 40 anni di carriera; i Jethro Tull.
Il nome lo sceglie insieme al chitarrista Mick Abraham, ispirandosi al pioniere britannico (1674-1741) della moderna agricoltura. Ma quando incominciano a suonare al Marquee di Londra provano altri nomi, sicuramente non all’altezza di quello che poi li portò fortuna (”Navy Blue”, “Ian Henderson’s Bag ‘o Blues”, “Jethro Toe” e “Candy Coloured Rain”).
A questo punto Anderson abbandona la sua aspirazione di diventare un chitarrista, e come afferma lui stesso nel video “Live at the Isle of Wight”, baratta la sua chitarra per un flauto, strumento che in poche settimane riesce a suonare abbastanza decentemente per il rock/blues della sua band. Secondo gli appunti del primo album, “This Was”, suona il flauto da soli due mesi quando il disco viene registrato. L’album, pur pagando un tributo alla tradizione blues dalla quale proveniva la band, contiene già accenni di influenze più vaste che diventeranno evidenti dopo l’uscita di Mick Abrahams e l’arrivo di Martin Barre. Il susseguente Stand Up è un successo da primo posto della Chart inglese.
Si narra anche che, dopo aver assistito ad un concerto di Eric Clapton, Anderson decise di non dedicarsi più a un solo strumento ma a molti (dato che non sarebbe mai riuscito ad eguagliare Slow Hand).
La sua abilità alla chitarra non viene certo sprecata, continuando a suonare quella acustica e diventando uno dei pochi artisti al di fuori del genere classico ad usarla per la melodia invece della sessione ritmica.
Proseguendo nella sua carriera, Ian si avvicina anche al sax, mandolino, tastiere e altro ancora, dimostrando grande versatilità nell’approccio ad ogni strumento.
La sua famosa postura su una gamba sola mentre suona il flauto traverso gli viene accidentalmente. Già nel video “Isle of Wight” ha una tendenza a suonare l’armonica su una gamba reggendosi al microfono. Ma fu l’errata descrizione di un giornalista, che lo descriveva suonare il flauto su una gamba sola al Marquee Club, che lo convinse ad imparare (non senza difficoltà) quella posizione, per non deludere cosi le aspettative della gente che aveva letto l’articolo.
I suoi primi tentativi sono visibili nell’apparizione al “Rock’n’Roll Circus”, dove i Jethro Tull sono ospiti dei Rolling Stones (ed eseguono una meravigliosa “Song for Jeffrey”).
Fu lui stesso sorpreso nell’apprendere, molto tempo dopo, che divinità quali Krishna e Kokopelli venivano rappresentate mentre suonavano il flauto su una gamba sola.

Anche se Anderson ha registrato alcuni progetti solisti acclamati dalla critica ed è apparso come “guest musician” in diversi dischi, è conosciuto al grande pubblico come leader dei Jethro Tull.
Questo perché il modo in cui è riuscito a rappresentarsi sul palcoscenico nel corso della sua lunga carriera, lo ha distinto ed elevato ad icona del rock in maniera del tutto singolare. È stato giullare, menestrello e cantastorie, attingendo ai classici del folklore britannico (Minstrell in the Gallery sopra tutti), ma anche pirata, vagabondo e astronauta (Aqualung, Broadsword and the Beast, “A”); e ogni volta ha saputo dimostrare grande abilità nel rappresentare la parodia di se stesso.
Come flautista, Anderson è autodidatta; il suo stile fatto di mormorii, tremolii, fruscii e brontolii, è influenzato da Roland Kirk (famoso per le sue performance in cui suonava più di un sax alla volta).
Agli inizi degli anni ’90 inizia a lavorare con dei semplici flauti di bambù applicando tecniche innovative per ricreare suoni ricercati. Suona anche altri strumenti quali; chitarra acustica ed elettrica, basso, bouzouki, balalaica, sax, armonica e una varietà di pifferi.
Nel 2003 registra una composizione intitolata “Griminelli’s Lament”, in onore del suo amico flautista italiano Andrea Griminelli.
Ha registrato diverse canzoni in cui lui suona ogni strumento (ad esempio “Another Christmas Song”). La sua prima esperienza di registrazione in “solitario” è la famosa “Locomotive Breath”. Non riuscendo a spiegare al resto della band le sue idee, butta giù da solo la percussione e la chitarra, prima di aggiungerci la voce; poi fa entrare gli altri. In un periodo in cui gli elementi di una rock band stanno sempre insieme in studio, questo episodio risulta alquanto atipico. Ironia della sorte, il pezzo diventa uno dei più acclamati della storia dei Jethro Tull.
Si dice anche che a causa della sua personalità e del suo ego, caratteristiche che furono senza dubbio fondamentali per affermare la sua leadership, Anderson abbia allontanato (direttamente o indirettamente) molti membri della band. La formazione infatti è cambiata parecchie volte nel corso dei 4 decenni, e solamente l’amico Martin Barre è rimasto sempre al suo fianco.

La musica di Ian Anderson unisce svariati generi quali; folk, jazz, blues, rock e pop. I suoi testi sono spesso complessi e tendono a criticare le assurde regole della società e delle religioni (Sossify, You’re a woman, Hymn 43, Thick as a Brick). A volte mischia i suoi contenuti con elementi mitologici o fantastici (Minstrell in the Gallery, Jack-in-the-Green, Broadsword and the Beast). In tempi piú recenti le sue canzoni gettono uno sguardo sulla vita di ogni giorno (Old Black Cat, Rocks on the Road).
Parallelamente all’attività di musicista, Anderson è anche un imprenditore di successo nel ramo dell’industria del salmone.
Sposato una prima volta nel 1970 con Jennie Franks, fotografa che lo aiutò a scrivere la maggior parte dei testi in Aqualung, si risposa nel 1976 con Shona Learoyd, con la quale avrá due figli; James e Gael.
Una delle curiosità più intriganti di questo personaggio è quella di non aver mai prese lezioni di guida e quindi di non possedere la patente. Certo non ne aveva bisogno per viaggiare lontano, sia fisicamente (più di 2500 concerti in oltre 40 paesi), che soprattutto con la fantasia.

La storia di un uomo aiuta a percepire meglio il personaggio da lui rappresentato. Un cappotto rattoppato non è un banale capo d’abbigliamento e neanche un ornamento di un fricchettone del passato. Il cappotto è un messaggio, un segnale, un modo di pensare.
Questo modo di pensare Ian lo ho gettato in pasto al pubblico, dall’alto dello splendido palcoscenico degli anni ’70. Chi è riuscito ad afferrarlo ha avuto la fortuna di partecipare ad una delle più belle storie del rock di tutti i tempi.

Una piccola photogallery ve lo racconta in immagini.

Photogallery

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