DREAM THEATER: Systematic Chaos

22 Mag

Oltre venti anni di storia della musica progressiva, nove album e una manciata di eccellenti live, ep della lunghezza di full length, dvds e molto altro. I Dream Theater non hanno certo bisogno di presentazioni per chi è preparato sul genere.
Dalle sonorità di fine anni sessanta dei King Crimson, attraverso la poesia musicale dei Genesis e le peripezie del Canterbury, assaporando il barocchismo di Gentle Giant e Van Der Graaf, il sapore antico dei Jethro, la struggevolezza dei Camel, la pompositá degli Yes e tutto il calderone anni ’70, per giungere al metal più raffinato ed impegnato degli anni ’80. La strada è lunga e tortuosa, ma conduce inevitabilmente alla pietra miliare “Images and Words”.
Questo Systematic Chaos non ci dice niente di nuovo su questa band che ha saputo affermarsi per due decenni a dei livelli pressoché ineguagliabili. Ë un album che si colloca perfettamente tra il precedente Octavarium, più sinfonico e leggero, e l’oscuro e prepotente Train of Thought del 2003.

Per i fan come me è una nuova festa della musica, un’altra ora abbondante di vibrazioni imperdibili da collocare in alto sulla personale discoteca. A chi non é mai interessata la band, inutile provare a rimanere coinvolti da questo nuovo disco.
L’apertura e la chiusura appartengono al brano principale dell’album, una lunga suite divisa in due parti (In Presence of the Enemies) che non può non far pensare a un precedente pinkfloydiano. Stancante il virtuosismo iniziale; più coinvolgente la seconda parte, una cavalcata di oltre 16 minuti.
Curiosamente piacevole la ballata rockeggiante “Forseken”, con un coretto che può suonare posticcio, ma che invece riesce a coinvolgere e convincere. Lascia il posto all’ennesimo omaggio ai Metallica, “Constant Motion, dove La Brie fa il verso a Hetfield e sembra riuscirgli sempre meglio.
Dura e progressiva, “The Dark Eternal Night” potrebbe trasmetterci un po’ più di anima, come ai vecchi tempi di Metropolis. Comunque si lascia piacere…
“Repentance” è il quarto capitolo della personale saga di Portnoy iniziata in Six Degrees… con “The Glass Prison”. Il batterista tentacolato ci racconta la sua passata dipendenza all’alcol attraverso melodie e strofe che ritornano ogni volta. Se in precedenza l’approccio dei pezzi è sempre stato tumultuoso, in questo nuovo episodio sembra sia giunto il tempo della riflessione e del pentimento. Estremamente toccante; forse il brano più bello dell’album.
In “Prophets of War” finalmente si chiarisce la posizione della band riguardo alle politiche di guerra americane, cosa che non può che farmi piacere. I ragazzi di Long Island si chiedono se effettivamente il loro governo e il loro paese non traggano vantaggi dalle loro guerre. La risposta la conosciamo tutti….
La lunga “Ministry of the Soul” credo nascondi una leggera arroganza, o più semplicemente la pretesa di essere “il pezzo da novanta” dell’album. In realtà è semplicemente una buona canzone ben definita a tavolino da dei musicisti impeccabili.
Ho letto alcune recensioni che come al solito lamentano una certa freddezza nella produzione quasi sistematica (forse caoticamente sistematica???) della band. Ma tirare fuori l’anima nel genere progressive non è facile, e probabilmente neanche necessario. Forse i Dream Theater riuscivano a farlo 15 anni fa. Hanno ottenuto il traguardo più ambizioso che una band si possa augurare; coniare un proprio sound. Perciò hanno tutte le ragioni di sfruttarlo al meglio.
Chi vuole ascoltare un prog fatto più di stomaco che di testa, si spari l’ultimo dei Mars Volta.

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