GENESIS

12 Nov

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Essere iniziato al fantastico mondo della musica con un disco come “Selling England by the pound” non può che essere una grande fortuna.

Fu il mio primo acquisto mirato, condizionato da alcuni scorci di memoria remota, tempi in cui i miei fratelli mettevano su quel curioso vinile dalla copertina gialla, il disegno di un giardino e di un uomo che dorme sulla panchina. Senza saperlo mi ritrovai tra le mani 53 minuti di storia della musica rock, una pietra miliare intramontabile. E mentre in questo preciso istante faccio scorrere la penna ascoltando quell’intreccio di note di Banks in Cinema Show, avverto ancora la solidità del pezzo, quella magia che ti trattiene dal premere lo stop del cd player, anche quando sei in ritardo e devi scappare.

Inutile trattenersi a parlare dei classici di questo capolavoro. Riascolto More Fool Me, con Phil alla voce che non è male, e già Hackett arpeggia quell’atmosfera che è un po’ la firma dei primi Genesis, quelli veri se mi è permesso dirlo.

Ma dopotutto non fu difficile rimanere incantati dalle melodiche Firth of Fifth e Dancing with the Moonlight Knights. Diverso fu invece l’approccio con il più ostico Nursery Crime. All’inizio c’era Seven Stones che mi incantava semplicemente, o il finale di The Musical Box che ricordavo da un altro vecchio vinile di famiglia, il live Second Out. Ma le vere perle di questo album le scoprii molto tempo e molti ascolti dopo. Mi riferisco alla grande “Fontana” ed al “Gigante”.

Che potenza!

Che altezza di interpretazione di Peter!

Che apocalisse!!!

Lo considero forse il più estremo lavoro dei Genesis, anche se Lamb lies down on Broadway è sicuramente più evoluto e completo. Riascoltando il travolgente tappeto sonoro di Banks in The Return of the Giant Hogweed non posso che convincermi. Siamo sempre legati alle sonorità di Trespass, ma c’è stata un evidente evoluzione, e ce ne sarà un’altra con il susseguente Foxtrot.

Lo apre il “Watcher” che diventa un classicone, ma è un pezzo che non mi appartiene troppo. Mi sento decisamente più legato a Time Table o a Can Utilità and the Coastliners. Ma ovviamente il capolavoro è Supper’s Ready.

Quando entri nel mondo del progressive riesci così facilmente a perderti nelle interminabili suite che ogni gruppo prima o poi compone. Questa è senza dubbio la capostipite irraggiungibile del genere. 23 minuti che sono un vero e proprio viaggio. E’ forse la canzone immagine dei Genesis.

L’ascolto adesso e mi soffermo a pensare…

…I know a fireman

Who looks after the fire…

Banks la fa ancora da padrone, poi fa spazio al flauto di Gabriel e alla sua inimitabile voce…

Waiting for battle!!!

Ma facciamo un passo indietro e torniamo a scoprire Trespass, che arrivò sul mio lettore solo dopo aver ascoltato questi tre. Sicuramente più acerbo degli altri, furono White Mountain e The Knife le prime ad attrarre la mia attenzione. Quest’ultima la suonavo prepotentemente e mi lasciavo graffiare dalla sua esuberanza così fascinosamente immatura. Fu solo in un secondo momento che scoprii la formidabile bellezza di Stagnation.

Mi chiesi perché mi era sfuggita, così come mi erano sfuggiti i due brani di Nursery in precedenza. Riuscivo a cogliere subito i pezzi che incidevano più in superficie, e solamente dopo averli studiati nell’intimo e a leggerli con la giusta predisposizione riuscivo a carpire gli altri.

Non mi potevo ancora permettere il Lamb (che volevo assolutamente in cd), così mi comprai i vinili di Trick of a Tail e Wind and Wuthering. Altra faccia dei Genesis e altro livello. Ma è inutile dire le stesse cose che centinaia di critici hanno già detto per decenni. E’ vero, i Genesis del post-Gabriel non sono gli stessi, ma qualche pezzo che vi tocca dentro lo si può trovare, ve lo assicuro. Prendi “Mad Man Moon” ad esempio, oppure “Ripples”. Gemme luminose di Banks che incorniciano il disco più sognante di della storia della band.

In Wind and Wuthering ci sono momenti come “Blood on the Rooftops” e “Your own special way”, canzoni che continuano ad esaltarmi tutt’oggi e che riconfermano quello che ho appena detto; un altro tipo di Genesis, ma sempre grande vibrazione.

Ma adesso affrontiamo il controverso The Lamb lies down on Broadway, un lavoro che si distacca in qualche modo da tutti gli altri. Per me è stato un mito già prima di ascoltarlo. A quei tempi il costo di un doppio CD a prezzo pieno non era alla portata di un adolescente, quindi dovetti aspettare un bel po’ prima di permettermelo. Quando riuscii a raccattare l’esosa cifra, me ne andai al negozio di musica e me lo portai di corsa a casa. Oggi gira ancora accanto a me, e Peter continua a raccontarmi la storia delle Lamia. E’ proprio questo il pezzo che oggi mi coinvolge di più.

Ci sono voluti dieci anni per entrare totalmente nel disco, partendo dall’esuberante In the Cage, passando per la dolce Carpet Crawlers e la travolgente Chamber of 32 doors, e raggiungendo in un secondo momento le conturbanti perle del secondo lato, più introverso del primo ma forse per questo più autentico.

Non posso negare che quando ascoltai per la prima volta And then they were three provai una grossa delusione. Non riconoscevo niente di coinvolgente in quegli 11 pezzi orfani di Hackett, quindi lo suonai raramente e poi lo lasciai lì a prender polvere. Solo qualche anno dopo lo riaffrontai con diversa predisposizione, ed incominciai ad apprezzare pezzi come “Undertow”, “Burning Rope” e “Many too Many”. Strane magie prive del tocco di Steve; un ascendere di sensazione ben suonate appartenenti a un nuovo corso.

Duke si ascolta bene. Ci sono indubbiamente dei bei momenti, ma ci si sta allontanando davvero troppo dal punto di partenza. Un po’ come gli altri 3, Abacab, Genesis e Invisibile Touch, album che potrei paragonare a dei fuochi d’artificio. Luci brillanti e colorate come “Home by th Sea”, “Mama” e “Domino”, ma appena si estinguono nel cielo rimangono soltanto le stelle intramontabili dei primi lavori.

Un lungo silenzio ci accompagna fino al 1991, quando posso finalmente attendere l’uscita di un album di una delle mie band più amate. Non ho molte speranze di ritrovarmi con un capolavoro in mano, ma c’è tanta curiosità ed anche un briciolo di emozione. We can’t dance è un disco marcato “Collins”, suonato insieme ai vecchi amici, commercializzato mondialmente. Gli episodi degni di nota sono senza dubbio “Driving the last spike” e “No son of mine”, complessa e dilatata la prima, potente la seconda. Si tratta a tutti gli effetti dell’ultimo capitolo, evitando volutamente di affrontare Calling All Station che reputo non attribuibile alla band.

In trent’anni di musica i Genesis sono riusciti a raggiungere altissimi livelli di qualità, ma hanno anche rischiato di compromettersi per ubbidire alle leggi di mercato. Questo ultimo album ne è l’esempio.

Ma le stelle luminescenti degli anni ’70 brillano ancora su nel cielo, notte dopo notte, per sempre.

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